Il valore della statistica ai fini della percezione del reale.

Siamo nell’epoca della tecnica,  il soggettivisimo è bandito e per esporre le proprie tesi è richiesto il sostegno di numeri e studi prodotti dai sempre più numerosi Centri di Ricerca.

 

Qualunque teoria sia distante “dalla statistica” o si discosti dall’interpretazione ufficiale, oggi viene considerata eretica: questo è un dato “di fatto”.

 

La domanda che ci siamo posti, anche sulla base di questa piccola esperienza editoriale è: siamo così sicuri che passare dalla battaglia fra le idee a quelle fra i numeri sia conveniente ed utile ai fini del dibattito pubblico?

 

Il nostro punto di partenza, criticabile, ovviamente, è che le statistiche con cui ogni giorno i mainstream “ingozzano” l’opinione pubblica, siano soggette a possibili differenze di risultato, sulla base dell’uso che se ne vuole fare, dunque non possono essere considerate sempre come l’oracolo e/o la soluzione.

 

 

Il quadro generale prodotto da uno studio statistico,
è il risultato  di parametri che sono scelti in
base ai desiderata di chi commissiona il lavoro
o di chi lo produce.

 

 

 




 

 

La nostra esperienza personale ed il caso Istat.

 

Portiamo ad esempio delle esperienze dirette, per avvalorare una tesi: i numeri non essendo univoci, sono interpretabili e, dunque, vanno utilizzati con parsimonia a sostegno delle proprie teorie.

 

 

Un utente, dopo aver letto il nostro artcolo sull’export  ha definito “falsi” i dati presi dal rapporto ufficiale Sace Simest 2018 – Gruppo CDP,  in quanto si discostavano da quelli dell’OEC, ed Istat, da lui trovati sul web.

 

Che la Cassa Depositi e Prestiti, per mezzo di Sace Simest, potesse emettere numeri “gonfiati”sull’export italiano ci ha fatto sorridere prima e riflettere poi, dandoci modo di scrivere qualcosa su questo tema poco discusso ma divenuto centrale nel dibattito quotidiano: i numeri come punto di partenza per l’osservazione della realtà.

 

La premessa, doverosa, è che chi scrive non è un’economista nè un sociologo, ma un semplice osservatore delle realtà.

A supporto di questa teoria quasi platonica, e, dunque, fuori moda, ho pensato alla polemica sul cambio di guardia ai vertici dell’Istat.

La preoccupazione di molti era (ed è) relativa al possibile utilizzo “strumentale” dei numeri che l’ente analizza e produce, sulla base di una presidenza da molti accusata di essere in odor di Governo gialloverde,e, dunque, più incline all’accomodamento.

 

Nemmeno il tempo di sbuffare, che l’Italia depressa per la stagnazione economica, si è risvegliata, poche settimane fa, con le prime pagine dei giornali che  informavano i cittadini del più alto tasso occupazionale a partire dal 1977 : secondo i numeri, dunque, la percezione comune era  errata, o, quanto meno, non supportata dalla statistica.

 

Tornando alla pur piccola esperienza de “I Fatti Capitali”, portiamo ad esempio un altro nostro articolo relativo allo stato carcerario italiano ed al tasso di stranieri detenuti.

 

Anche in questo caso, a fronte di numeri ufficiali presi dal Ministero della Giustizia, alcuni utenti hanno innescato polemiche (fra di loro), dibattendo sull’oggettività di statistiche e numeri, i quali  non avrebbero tenuto conto degli aspetti per i quali essi maturavano, dando un quadro distorto della realtà dello stato carcerario italiano.

 

A sostegno di questa tesi, alcuni utenti citavano altri dati, prodotti dall’Associazione X o dalla Onlus Y, secondo i quali la differenza finanziaria e legislativa era decisiva nel facilitare la condanna verso lo straniero ed evitare quella per l’italiano, non accettando quindi una realtà basata sul numero di presenze effettive e certificate di detenuti.

Morale della storia? Ognuno è rigidamente rimasto fermo sul proprio punto di vista, forte dei numeri che aveva scelto a sostegno della sua teoria.

Sul web e social, addetti, giornalisti e Professori con cattedre di prestigio, cercano quotidianamente di sviscerare le dinamiche dei numeri più evidenti, quelli che la stampa riprende con piacere, per comodità.

 

Oltre l’analisi giusta, doverosa e lodevole, noi continuiamo farci una domanda: è davvero necessario, ai fini del dibattito pubblico, dal tema immigrazione a quello economico, rendere centrale ed essenziale il risultato dei numeri, una volta compresa la loro manipolabilità?

 

Probabilmente sono fuori moda, dunque cito a mia difesa il filosofo e scrittore Guido Ceronetti: “L’epoca della tecnica è una gigantesca gabbia”.

 

“I numeri sono la nuova cacca che le scimmie amano tirarsi addosso”…ma questo lo aggiungo io.

 

 



 

 

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2 pensieri riguardo “Il valore della statistica ai fini della percezione del reale.

  • luglio 28, 2019 in 9:08 am
    Permalink

    La statistica è una scienza, onesta perché trasparente, e offre utili strumenti per l’interpretazione della realtà. Non è un oracolo e chi spara numeri a casaccio, senza saper valutare i parametri di base (metodo, livello di significatività, margine di errore e concetti statistici), senza avere un quadro interpretativo, che presuppone un minimo di confidenza con le scienze sociali, semplicemente usa male uno strumento potente, come se si volesse piantare un chiodo con una sega. Ma, ovviamente, questo non può essere un argomento contro l’utilità della sega. Sono quindi totalmente in disaccordo con le superficiali opinioni espresse in questo articolo.

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  • agosto 1, 2019 in 8:54 am
    Permalink

    E noi accettiamo democraticamente il commento.
    In Italia piantiamo volutamente chiodi con le seghe, è anche questo il senso dell’articolo.

    Risposta

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