Pogba, Abraham, il razzismo nella Premier League…e la Brexit.

Non sorprende l’involuzione del popolo inglese: la Brexit è un tentativo grottesco e anacronistico di rinchiudersi, ed il razzismo montante, espresso in queste prime giornate di Premier League, è solo una delle tante conseguenze del volontario isolamento culturale verso il quale l’isola sta andando incontro.

 

 


 

 

Dopo gli insulti razzisti al giocatore del Chelsea, Abraham, per il rigore sbagliato contro il Liverpool nella semifinale di Supercoppa Europea, stavolta è stato il turno di Paul Pogba.

 

L’ex giocatore bianconero, a seguito di un errore dal dischetto, parato dal portiere dei Wolves, Rui Patricio, è stato preso di mira sui social da un razzismo che, in Inghilterra, si è nascosto per troppo tempo dietro l’euforia alcolica.

 

Gary Neville, bandiera dei Red Devils, ed oggi opinionista Sky, ha tuonato contro i social, richiamando la necessità di un controllo più serrato da parte dei giganti “Facebook, Twitter ed Instagram”, con la speranza che i calciatori abbandonino per qualche mese, in segno di protesta, le loro attività social.

 


 

 

Se è vero che la maggioranza dei tifosi inglesi ha condannato il gesto, il fatto rimane: la Premier League conta fra i suoi fans, numerosi razzisti (da fischio e da tastiera).
In Italia abbiamo lo stesso problema? Sicuramente si, ed è bene ricordarlo adesso, prima del prossimo, inevitabile episodio che smuoverà tanta indignazione quanto scarse, concrete e fattive reazioni.

 

A differenza degli inglesi però, da noi tutto si perde nella confusione della politica tifosotta, e di una fede cieca verso le società sportive, che non aiuta di certo ad estirpare il problema, nemmeno attraverso a condanne troppo spesso date con il bilancino e non con la mannaia.

 


 

Calcisticamente, per Pogba, continua la debacle di un ritorno “a casa” che fin qui ne ha fortemente limitato la carriera. Quest’anno, il campione del mondo nemmeno parteciperà alla Champions League.
Anche Raiola può sbagliare….

 


 

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