Essere Gigì.

Nascere in una periferia del Sud Italia lavorando saltuariamente come cameriere, steward e manovale, arrivando ad essere, nel giro di pochi mesi, da leader politico a Vice Premier, da Ministro dello Sviluppo Economico a Ministro degli Esteri.
Eppure restare, per tutti e per sempre, solo Giggì.

 


 

Nonostante il risultato finale, non deve essere stato un bel periodo per Luigi Di Maio. Massacrato dalla critica e dileggiato dall’opinione pubblica, perfino quando, riluttante verso il nuovo Governo, ha tenuto per giorni un Paese con il fiato sospeso.

Per molti è solo un ragazzo fortunato, per altri un piccolo Berlusconi.
Meno istrionico del Silvio nazionale ma capace di arrivare nella stanza dei bottoni con un anticipo di 25 anni.

 

Chissà se ogni tanto lo assale un dubbio: sono un ragazzo fortunato o sono stato bravo?

 


 

Ce lo immaginiamo dare del Tu a Mattarella, conoscere il bar migliore fra Senato, Parlamento e Quirinale, mentre lascia la mancia al barista e, alle spalle, qualcuno cerca di prendersi gioco di lui.

 

“Uè Gigi com’è il caffe?”

“Buono Senatore, buono assai.”

 

 

E allora vai Gigetto, rappresentaci in tutto il mondo, perché il treno del sogno americano può partire pureda Pomigliano.

 

Impara a dire “Okeeey” e “No”, mentre ti offrono una Coca Cola. Perché tu ce l’hai fatta  e se gli altri continuano a ridere, pensa di essere dove solo in pochi hanno osato immaginare.

 

“Hey Mr. Obama, good morning”

“Silvio? Matteo?”

“Uè no, sono Gigì”

 

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