Il Sud visto dalla politica? Una mucca.

Fra i tanti segnali negativi per il Mezzogiorno, quello più preoccupante riguarda lo scarso interesse della politica nel rilanciarne concretamente la sfida della crescita, dentro una battaglia che, in molti, sembrano ormai considerare persa in partenza.

 

Letteralmente utilizzato come mucca da mungere in periodo di elezioni, il Sud si è trasformato in terreno di conquista per la politica.
Da Berlusconi ai 5 Stelle, fino ad arrivare a  Salvini, leader e partiti si sono presentati negli anni  con promesse di ogni genere, regalando mance ed illusioni.

 

Il nuovo Ministro per il Sud – nome che ricorda la necessità di una balia –  è  Giuseppe Provenzano, già vice direttore dello Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno).

Provenzano ha 37 anni ed un passato burrascoso nelle file del PD, del quale ha lamentato in maniera piuttosto esplicita problemi di nepotismo collegati alle liste elettorali, ma risponde a tutti i parametri atti a soddisfare l’opinione pubblica: giovane, laureato e conoscitore della materia, almeno nella teoria.

 


 

Fin quì staremmo raccontando una storia edificante, se non fosse che il nuovo Governo vuole affrontare la sfida per il Sud con i soliti slogan dei “piani straordinari”, nei quali adesso si contempla anche la possibilità di una banca pubblica per il sostegno alle imprese, con tutti i rischi ad essa connessi, dal clientilismo, al solito, secolare sperpero di denaro pubblico.

 

La situazione del Mezzogiorno è complessa, ma i tratti caratteristici della lunga crisi sono ormai noti alla maggior parte dell’opinione pubblica.

 

Secondi dati Svimez, fra il 2002 ed il 2017 sono emigrati verso il centro-nord (o verso l’estero), oltre 2 milioni di persone. Negli ultimi due anni, circa 300 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. I

n Calabria si registra il reddito pro capite più basso d’Italia (12.700 euro), inferiore a quello rumeno (12.798 euro), contro una media UE di 22.487 euro.

La Basilicata vive uno degli spopolamenti più rapidi e corposi mai registrati, soprattutto nelle zone rurali ed interne.

 

La Sicilia è coinvolta in un pericoloso processo di de – industrializzazione (solo l’8% del PIL è composto dal manifatturiero),  sostituendo alla solidità di un’industria forte, una economia basata su servizi, centri commerciali, hub logistici. In sostanza, in Sicilia sta succedendo che, una volta venute a mancare le fondamenta, si stia tentando di definire “casa” la lunga fila di tegole rimaste per terra.

 


Soluzioni per il Sud?

 

Questa domanda risale al 1861, e, fino ad oggi, in pochi hanno saputo dare risposte convincenti.

 

Lo sradicamento del sistema mafioso è l’origine di ogni eventuale, successiva manovra economica. Il problema? La consistente ricchezza delle mafie, capace di minare facilmente tentativi di legalità scarsamente organici.

 

Altro punto centrale riguarda il sistema delle infrastrutture, sia fisiche che digitali.
La connessione veloce con il mondo è essenziale per ogni forma di impresa; in Puglia come in altre regioni siamo ancora ai treni su binario unico, e la fibra ottica è un miraggio.

 

 


 

Davanti a tanti, complessi problemi, la politica italiana ha spesso trovato soluzione in questo atteggiamento:

Scendiamo di nuovo al Sud, promettiamo qualche mancia, illudiamoli con qualche sogno, e lasciamo che le mafie gestiscano quel che rimane di una terra fertile e piena di talento, chiudendo un occhio quà e l’altro là, fino alla cecità.

 

…..il problema della politica? Non potersi inventare anche la distanza dal baratro.

 

 

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foto https://pixabay.com/it/photos/mucche-le-vacche-da-latte-4270352/

 

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