Furbo, LVI.

“Lo ha fatto per noi.”

 

In questo mese convulso, che ha portato alla formazione dello sgangheratissimo Governo giallorosso, la retorica dei renziani è stata messianica, e sempre la stessa: di fronte all’incoerenza del #senzadime, si è giustificato l’appoggio per l’accordo con i grillini in virtù della necessità di “salvare il Paese”, sventolando lo spettro di Salvini, e una crisi economica imminente.

 


 

In pochi, e fra questi ci rientriamo alla grande (senza alcuna modestia), hanno visto nella mossa di Renzi un mix di necessità ed abilità  personali, nel segno di un “fattore tempo” che è stato elemento centrale per ogni manovra dei leader politici: da Salvini a Calenda, da Renzi a Di Maio.

 

Nemmeno il tempo di prendere la fiducia, che l’IVA nazionale più discussa è diventata la Zanicchi.

 

Il “pericolo di un aumento imminente dell’IVA”, garantito per tutto agosto in diretta tv dal Senatore toscano, anche se già smentito da Tria e dal Sole 24 Ore, non sembra interessare più  l’ala renziana, ora tutta impegnata a decidere se restare nel PD, oppure  se andarsene.

Le polemiche portate dalla Boschi in questi giorni (dall’appoggio all’azione di Governo alla mancanza di nomine “per i toscani” -sigh) sono stati tutti segnali di uno strappo iniziato già mentre si predicava unità.

 


 

L’intenzione di Renzi sembra quella di formare un nuovo gruppo parlamentare, sostenendo il Governo giallorosso, fin tanto che né sarà meritevole, secondo i canoni renziani, ovviamente.

 

Mentre Zingaretti si sgola con il solito, trito e ritrito, appello all’unità del Partito, Franceschini lo ha richiamato “a casa”, e i Calendiani hanno iniziato a sfogarsi, rivendicando un sacrosanto “lo avevamo detto”: ed è così che il Partito Democratico resta la  baraonda di sempre…

 

Quello che succede – mentre le baruffe dei democratici non trovano soluzione di continuità – è giusto giusto l’impegno che Renzi, ma non solo lui, hanno fatto assumere al povero Zingaretti: cioè quello di fare un Governo alternativo a Salvini per evitare le urne, in un momento socio – economico delicatissimo.

 

Posto davanti alla scelta fra buttarsi da un ponte di 40 metri o giocare alla roulette russa con Di Maio, Zingaretti ha scelto la seconda strada, ed ora deve portarla avanti, costi quel che costi, a livello personale e di Partito.

 

 


 

Davanti a tante giravolte, anche alcuni fra i più fedeli renziani iniziano ad mostrarsi perplessi.

 

La Morani si è già chiamato fuori in caso di eventuale scissione, ed altri, non citati ufficialmente, stanno cercando di convincere il Senatore toscano a rimandare ogni strappo, soprattutto ora che il Governo Conte 2 è pronto a partire.

 

Alla prossima Leopolda, Matteo Renzi ha detto che sarà chiarissimo sulle future intenzioni.

 

Il clima che si è venuto a creare intorno al leader non sembra esattamente il più favorevole per la formazione di un nuovo Partito, ma dal più abile politico italiano è lecito attendersi sorprese.

 

Intanto Calenda è andato via, Zingaretti rischia il suicidio politico nell’alleanza con i 5Stelle, Renzi medita l’addio. Lo scriviamo da 3 mesi: cosa resterà del PD? Nessuna risposta, nessun interesse….
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