Siedi, ti racconto Roberto Baggio



Quando si parla di Roberto Baggio bisogna pensare alla carne che trascende l’umano, al gesto che traduce la fantasia, al giocatore che si fa simbolo di un’epoca e la marchia per sempre con lo svolazzo del suo “divin codino”.

Roberto Baggio è nel cuore di un Paese perché rappresenta l’ultimo analogico prima del digitale, il dribbling sul portiere come tratto distintivo, l’esaltazione della tecnica contro lo strapotere fisico dei giorni nostri.




Il ragazzo di Caldogno, nato il 18 febbraio 1967,  è uno fra i volti più noti del calcio fra anni 80’, 90’ ed inizio del 2000.

Un giocatore non associabile a una sola maglia – seppure quelle di Nazionale,  Juventus e Brescia siano le più ricorrenti nell’immaginario collettivo – capace di far innamorare tutti, dai compagni agli avversari, in oltre venti anni di carriera tribolata:infortuni tremendi, difficili rapporti con gli allenatori e la nomea del “coniglio bagnato”, leader mancato rispetto al suo immenso talento.

Non c’è Ronaldo, non c’è Messi, non ci sono nemmeno i Totti e i Del Piero che tengano: Roberto Baggio è unico, irripetibile come gli anni 80’, appassionante come quel mondiale del 1994 in cui trascinò da solo l’Italia alla maledetta finale di Pasadena.

 

Usa 94’ e quel rigore sbagliato. La testa china, la spossatezza dei quaranta gradi all’ombra e l’orgoglio di tutti, nonostante una sconfitta riposta negli archivi della memoria insieme alla irripetibile voce di Bruno Pizzul che sembra ancora urlare  “GOL, GOL, ROBERTO BAGGIO”.

 

dì Lorenzo Guidantoni

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