Chi ha rubato il Natale 2020? Il fallimento del lockdown light




 

Finisce sempre così: si nasce rivoluzionari e si muore conformisti. L’odio per parenti e festività in famiglia si trasforma in rammarico, il rammarico in delusione e rabbia. Il fallimento del lockdown light. Chi ha rubato il Natale 2020 ?

 



 

Un passo più in là delle montagne dove gli italiani avrebbero voluto sciare, ovvero in Francia, nazione che il 4 novembre registrava oltre 129.000 contagi, il Natale si trascorrerà in famiglia.

Ciò non accade per merito della brillante disciplina transaplina ma in virtù un lockdown serio e attuato per tempo, con un rigore che nemmeno la Germania di Angela Merkel è riuscita a imporre nei suoi Land e poche ore fa l’ha costretto a prolungare quel “lockdown light” che, nei suoi effetti, si è dimostrato timido sia per la discesa dei contagi che per la tenuta dell’economia.

Per conto nostro, seguendo le chiare indicazioni di alcuni epidemiologi, della cronaca e del buon senso, auspicavamo la via francese già in tempi non sospetti (L’ora del lockdown 2 – 9 novembre 2020)

 

In Italia il Natale 2020 è stato in primis rubato da una politica incapace di prevedere la seconda ondata, gestirla e interromperla per tempo.

 

Su questo aspetto non ci sono discussioni né punti di vista, solo dati e realtà: come quella scolastica, in cui la febbrile preparazione estiva fra banchi a rotelle e annunci vari è finita dietro la lavagna prima delle altre fallimentari politiche applicate al Covid, dal tracciamento alla gestione delle Rsa.

 

“Era già tutto previsto”, come cantava Cocciante, “fin da quando” i traghetti per la Sardegna muovevano il virus indisturbati, lasciando sbarcare da Liguria, Lazio e Campania, migliaia di turisti che erano come diavolina accesa sulla sterpaglia lasciata dalla prima ondata.

 

I Dpcm timidi del tardo ottobre e il pasticcio dei colori regionali hanno fatto il resto, promuovendo un virus che non decelera con la velocità sperata e  fa registrare strutture ospedaliere ancora in affanno, con oltre 3.500 terapie intensive occupate da malati covid19.

Il “tira a campà” da Pasqualino Settebellezze applicato dal Governo vorrebbe arrivare a primavera, baciato dall’arrivo del miracoloso vaccino, mentre le dosi del più banale antinfluenzale sono ancora introvabili nelle regioni rosse e il malanno stagionale è giunto alle porte, annunciato dalle prime nevicate.

Quanto si pensa di resistere in questa condizione? Non è dato saperlo, bisogna seguire i dati, gli stessi sottovalutati in agosto.

 



 

 

Ma il Natale 2020 è stato anche rubato da un’economia in apnea obbligata alle riaperture estive e a quelle dei centri commerciali, presi d’assalto da una popolazione colpevole di una leggerezza ignorante -ma non per questo meno scandalosa -mentre migliaia di vicini esalavano l’ultimo respiro o supplicavano una boccata d’ossigeno.

 

C’è però chi ha seguito pedissequamente le regole da marzo: per spirito nazionale e per sana paura. Eppure, anche da quella fetta della società che si pronuncia obbediente, dopo quasi un anno di reclusione e incertezze inizia a farsi sentire il peso psicologico dell’esclusione sociale. E di questo bisogna tenere conto. 

 

La fiducia, concetto con il quale si martella il cittadino per lo stimolo alla spesa e all’investimento, è stata tradita dall’incapacità di governare un evento unico nel suo genere a marzo ma del quale conoscevamo dinamiche e pericolosità  già in primavera.

 



 

Nell’alternarsi sfibrante del meccanismo di fiducia e divieto verso i cittadini, si è arrivati a una data topica come quella del Natale con la volontà di un rigore che punisce indistintamente e azzoppa l’ultima gamba tremolante di un commercio al collasso.

 

Il Natale non sarà restituito a nessuno: nè ai morti, nè ai malati, così come è andata persa la fiducia verso questa classe dirigente, al Governo e all’opposizione del Paese.

L’incertezza, unico regalo che troveremo sotto l’albero, avvelena quel patto fra amministratori e cittadini travalicando il problema sanitario e inserendosi nel più fragile gioco democratico in maniera più pericolosa di quanto si sta pesando in queste ore.

 

A Natale c’era in gioco qualcosa di più del panettone condiviso: ci siamo riusciti a mangiare anche la tavola prima di trovare posto a sedere. Adesso nessuno vuole prendersi la responsabilità del carbone rimasto per cena.

 






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