Compro una vocale, anzi no. Dammi la mia “A”




 

dì @Anna_Salvaje

 

È straordinaria la naturalezza con cui accogliamo termini stranieri per definire oggetti o concetti che esistono nella lingua italiana e si incontri invece tanto stupore, diffidenza, persino indignazione – oltre che rifiuto di usare correttamente l’italiano – per chiarire il genere della persona di cui si sta parlando.

 

La conseillère, la profesora, la Kanzlerin. Ma tu resti l’architetto.

 

In italiano, come nelle altre lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e femminile (tedesco, spagnolo, francese…), siamo abituati a “nascondere” la donna nel genere grammaticale maschile, usato quando ci si riferisce alla comunità (i cittadini, gli spettatori).

Mentre in Francia si dice regolarmente “la ministre”, “la présidente”, “la juge”, “la conseillère”, in Spagna hanno “la medica”, “la presidenta”, “la profesora” e in Germania nessuno si sognerebbe di appellare la Merkel come Cancelliere donna o Signora Cancelliere (la Merkel si chiama Kanzlerin Merkel, che è la  declinazione al femminile di Kanzler, mentre la ministra è “ministerin”),  in Italia continuiamo ad  usare la forma maschile per le professioni e i ruoli riferiti alle donne.

È difatti evidente, nella comunicazione istituzionale come in quella quotidiana, la ritrosia nel nostro paese a usare la forma femminile, e così, pur parlando di una donna, diciamo avvocato invece di avvocata, chirurgo e non chirurga, ministro invece di ministra, sindaco e non sindaca.

 

 



 

Ma perché esiste tale atteggiamento linguistico di resistenza?

 

Secondo il sondaggio “Linguaggio e stereotipi di genere”, a cura di Snoq Genova, che analizza la percezione degli stereotipi di genere da parte di un campione di italiane e italiani, alla domanda “Quando ti riferisci a una donna e al suo mestiere, usi la lingua italiana declinata al femminile?”, il 22,87% per cento del campione ha risposto “mai”; il 33,58% “qualche volta”; il 27,49% “spesso” e il 16,06% “sempre”. In particolare, tra le motivazioni di chi rifiuta il cambiamento, una donna ha affermato che “il lavoro è un lavoro, non un genere”, mentre un uomo ha definito una “violenza femminista” declinare i nomi al femminile e che chiamare una donna chirurga o architetta sarebbe riduttivo per la donna stessa!

 

La resistenza al cambiamento è forte, sia da parte degli uomini che delle donne.

Le risposte più frequenti fra quanti siano sfavorevoli all’uso del femminile, fanno riferimento a una presunta “bruttezza” della forma, negando ogni valore rispetto al ruolo rivestito.

Non sono poche le donne che si sentirebbero “ridicolizzate” ad essere chiamate “architetta” o “magistrata” , ritenendolo un “contentino inutile”.

C’è persino chi ritiene come l’uso del femminile, specie per taluni titoli professionali e per i ruoli più alti delle gerarchie politiche e istituzionali, non contribuisca affatto a un cambiamento culturale ma faccia anzi apparire la donna ancor più “fuori posto”.

In sostanza il cambiamento passerebbe più dalla meritocrazia che da una “a” finale che sostituisce la “o”.

 

Quando la “a” non fa paura

 

Eppure le “a” finali di maestra, cameriera, infermiera, cuoca, sarta, parrucchiera, segretaria, e in genere di tutti i ruoli e professioni da sempre ricoperti anche, se non soprattutto, da donne, non suscitano alcuna obiezione.

Addirittura quando si vuole assumere una persona che ci aiuti nelle faccende domestiche si cerca tranquillamente “la donna delle pulizie”: non viene nemmeno considerata una forma maschile per quel mestiere!

La resistenza all’uso del femminile si riscontra invece per i titoli professionali più “prestigiosi” e per i ruoli “di potere”.

 

Basta pensare alla parola “segretaria”, da tutti declinata al femminile senza problemi ma, se solo si aggiunge “di Stato”, ecco il cortocircuito linguistico: diventa maschile e si usa segretariO di Stato.

 

Sembrerebbe dunque che la resistenza ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale, più che poggiare su ragioni di tipo linguistico o estetico, in realtà poggi su ragioni di tipo culturale:

non è il femminile di alcune parole che “suona male”. È il potere al femminile che non piace!
Si hanno problemi con la parola ministra, non con la parola infermiera, sarta o bidella!

 

La “a” finale non è una piccola cosa, non è un cavillo o un contentino:  è proprio l’esatto contrario.

 

La mancanza di “A” tradisce attraverso il linguaggio una volontà culturale: non porre le donne sullo stesso piano degli uomini.

 

 



 

Le bambine crescono così con la consapevolezza che esistono mestieri previsti per loro, declinati al maschile e al femminile, e mestieri di potere o più “prestigiosi” non previsti, perché declinati solo al maschile.

Ma la grammatica italiana contempla il maschile e il femminile: esistono la bidella e la sarta come esistono la ministra, l’avvocata, l’architetta.

Per la grammatica italiana, ‘avvocata’ è il termine corretto” chiarisce Luca Serianni, docente emerito di Storia della Lingua italiana all’università ‘Sapienza’ di Roma, già membro dell’Accademia della Crusca e vicepresidente della Società Dante Alighieri. Secondo il linguista infatti “Le perplessità, come per ‘ministra’ o ‘sindaca’ o ‘prefetta’, nascevano dal fatto che si trattasse di ruoli un tempo esclusivamente o prevalentemente maschili, oramai vanno considerate del tutto superate.”

Con riguardo poi ai nomi che terminano in –e questi non hanno bisogno del suffisso in –essa, che può andar bene per “dottoressa” o “professoressa”, termini ormai acquisiti e consolidati, ma non spiega perché il cantante e il nullafacente al femminile diventino la cantante e la nullafacente, mentre il presidente dovrebbe diventare la presidentessa e non la presidente.

Già nel 1987, nel volume “Il sessismo nella lingua italiana”, Alma Sabatini illustrava la natura ironica e dispregiativa del suffisso –essa, a cominciare dalle  “pettorute deputatesse” di Alfredo Panzini per arrivare alle avvocatesse,  soldatesse, vigilesse e a tutte quelle professioni che nel corso degli anni hanno usato il suffisso in -essa per diventare femminili. Ecco perché oggi è preferibile parlare di avvocata, di soldata e della vigile.

Anche il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, intervenuto nel dibattito sul linguaggio di genere, ha affermato che “La grammatica accetta sia il maschile tradizionale sia il femminile innovativo” e che “le forme che escono in -e, come assessore, presidente, dovrebbero essere investite meno di altre dallo sforzo di chi vuole innovare in funzione del genere: basta insomma l’articolo, senza tirare in ballo la morfologia suffissale, perché in italiano abbiamo già “il prete”, “l’abate”, e “la forbice”, “la neve”, “la specie”, tutti con uscita in -e.”

“La lingua” dice Marazzini “è una democrazia, in cui la maggioranza governa, i grammatici prendono atto delle innovazioni e cercano di farle andare d’accordo con la tradizione.”

 



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