Contro il Trash e la cultura che ha ucciso Willy Monteiro Duarte




 

dì @GuidaLor

 

La morte del giovane Willy Monteiro Duarte scuote l’opinione pubblica per il coinvolgimento di protagonisti ammantati da una sorte di predestinazione e da un male fattosi carne, annunciato da premesse che, in Italia, sono sempre postume agli eventi.

In questo senso, ad aumentare l’eco del delitto ci sono ragazzi che con il loro stile di vita e alcune vicinanze politiche all’estrema destra hanno acuito la forza dell’accusa e dell’indignazione generale.

Ma nell’Italia di oggi, dove il linguaggio si sta svilendo, le differenze e l’odio sociale sono crescono esponenzialmente, si riduce tutto a qualche specifico colore politico sbiadito dalla storia. Eppure, se c’è un dito da puntare contro qualcosa, prima che qualcuno, questo dovrebbe indicare la società intera.

 

Dal web ai social, dalla tv commerciale al mondo della musica, si è derubricato al termine “trash” uno stile di vita nel quale ciò che è vuoto e innocuo, ovvero buono per il pubblico ludibrio, si è accompagnato alla normalizzazione di messaggi pericolosi e ideali gonfi del peggior materialismo, interpretati da personaggi puntualmente illuminati  dai mass media e monetizzati dal pubblico da casa. 

 

Il “fascismo”, inteso distorcendo il significato della parola, nella triste vicenda di Willy è una maschera.

E per chi pensa come il sottoscritto che il giornalismo dovrebbe offrire anche una visione oltre alla cronaca, imbarazzano le spiegazioni delle maggiori testate, incapaci di spiegare con lucidità le dinamiche che hanno concorso all’attuale.

D’altronde, quando si è dato lungamente spazio a personaggi marcatamente portatori di insano per qualche click in più, allora diventa doveroso prendersela con uno sport come l’MMA, o sventolare la bandiera sempre buona del fascismo per dare in pasto al pubblico i soliti, noti nomi, in modo che la complessità venga ammazzata nella culla.

 



 

Bisogna essere fortemente astigmatici per non mettere a fuoco quale modello si è offerto a una generazione che vede nell’individualismo, nel culto del corpo, nell’odio, nell’oggetto di valore e nella violenza, un modo di essere capace di riscattare la disperazione dello strappo sociale insanabile, per una generazione abbandonata alle promesse di una politica dell’equità e dell’uguaglianza.

 

Pessimi sociologi non hanno valutato l’impatto degli stereotipi proposti dalla musica di oggi, totalmente allineata nell’esaltazione di questi “non valori”, portata avanti da crescenti gruppi che si fanno vanto di andare contro la legge, eletti dal mercato rappresentanti della provincia e della periferia, quale è anche Colleferro, nonostante la vicinanza geografica a Roma.

Si è davvero ciechi, sordi e smemorati se non si è valutato il peso di quanto dato in pasto al pubblico, prima dalla TV commerciale e poi dai social, a una generazione di nonni e adolescenti cresciuti a pane e arrivismo, nell’immaginario di donne che usano il corpo come arma e uomini gonfi di muscoli,  tatuaggi e orologi costosi, vuoti di idee e pieni di brillantine.

 

L’individualismo, l’odio, la violenza, la sopraffazione marchiata dal marchio alla moda come valori imperanti tradotti nel reale della strada, nei ragazzini dai volti inferociti che si insultano in live su Instagram, nelle ragazzine seminude che ammiccano ballando a tutta la rete, mettendo bene in mostra i contatti per “collaborazioni” e “pubblicità” varie, con il consenso di famiglie preoccupate dal futuro, per le quali ormai è mal comune e mezzo gaudio che nel marcio si annidano notorietà e guadagno, tanto vale sporcarsi un pò le mani. 

 

Nella storia di Willy “il fascismo” è marginale. Il fascismo è stato un modalità di governo. Oggi è solo un riferimento pagliaccino, un travestimento per giustificare la violenza che si aggiunge a una struttura ben precisa.

Chi lo ha ucciso è solo il frutto maturo di una malapianta cresciuta sotto ai nostri occhi in questi ultimi anni, non è l’eredità di un mondo antico.

La violenza ha permeato la crescita della generazione che va dai 15 ai 30 anni, nel modello di personaggi rintracciabili sul web, fra i gruppi hip hop e in ciò che quotidianamente scorre in rete e viene amplificato dalle grandi testate.

Ed è troppo comodo puntare il dito contro la politica di destra, che pure avrà le sue colpe ma non ha costruito in una manciata di anni un modello al quale concorrono soprattutto il mercato e i consumatori, pronti a premiare quanti dovrebbero essere messi a tacere.

E’ tutto estremamente complesso ed è qualcosa che non finirà domani, quando i particolari macabri da riportare al pubblico saranno esauriti e l’indignazione verrà sostituta da un nuovo scandalo.

 

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