Cosa significa, oggi, essere “di sinistra” ?




 

Cosa significa, oggi, sentirsi vicini ai valori della sinistra? E in che modo la sinistra traduce se stessa nell’azione politica locale e nazionale?

Se partiamo dalla storia, una prima decisiva spaccatura si registra con la fine del dialogo fra la sinistra cosiddetta “estrema” ed extraparlamentare, e quella riformista, per una tensione insopportabile fra le pretese utopistiche  dell’una e le necessità dell’altra, nel rappresentare e rispondere a quella classe media venutasi a strutturare in maniera scomposta dopo il boom economico degli anni 60′ e 80′, poggiandosi sul pubblico impiego, sul nero e sull’erosione del risparmio.

Un soggetto, quello a cui ha deciso di puntare la sinistra moderna, in cui all’unione di intenti si è sostituito l’individualismo come valore fondante a difesa delle posizioni assunte. Ed è in questo passaggio, avvenuto gradualmente negli ultimi trent’anni, che avviene la prima frantumazione dell’ideale, causato da un big ben sociale nel quale le classi fino a quel momento legate da un’origine comune, dal proletariato e in alcuni casi dal sottoproletariato, esplodono, cristallizzandosi all’interno di un nuovo universo multiforme, incapace di comunicare e orfano di un centro di gravità.

Tale passaggio costringe la sinistra tradizionale ad assomigliare e simulare, distorcendolo, il pensiero degli antichi antagonisti liberali, senza peraltro riuscire a capire alcune regole del gioco a cui viene costretta a partecipare.

In questo ardito passaggio d’identità, la crepa è rappresentata dal fallimento di più dirigenze, incapaci di comprendere e tradurre un mondo nuovo, dettato dalla legge del mercato globale, rapido nelle trasformazioni e pieno di insidie.

 

Da un certo momento della storia, a partire dalla caduta del muro secondo i più, è come se alla sinistra, abituata alla bici di gruppo, fosse stata affidata una moto: le due ruote sono rimaste le stesse ma la squadra si è dispersa sul circuito e le curve sono state inforcate tutte nel modo sbagliato, lasciando spazio a piloti più spericolati ma non meno inefficaci.

 

Abbrutiti a loro volta in una trasformazione uguale e contraria, alcuni antagonisti liberali – che in Italia non hanno certo avuto rappresentanti troppo degni di questi ideali – a braccetto con i nazionalisti sono paradossalmente diventati dei simpatizzanti sovietici (vedi alcune idee salviniane o meloniane rispetto al mercato), per la stessa incapacità di comprendere la complessità che, se non li ha spinti alla paralisi decisionale, li ha condotti verso l’esaurimento testardo di impraticabili idee autarchiche.

 

Per l’ultimo erede della sinistra di un tempo, ossia il PD attuale, l’allontanamento dai valori di riferimento, divenuti sempre più moderati e confusi, nel linguaggio come nell’azione, si è concluso in uno statalismo di facciata che ha trovato la sua epitome nella compagnia dell’ibrido per eccellenza: i 5 Stelle, movimento senza alcuna base ideologica, nascosto dietro allo scudo etico di una presunta onestà da scatola di tonno.

 



 

Quando parliamo di sinistra, oggi, non sapremmo più come identificarla perché il linguaggio corrente non ha costruito termini sufficientemente chiari per definirla. La difficoltà di questa ricerca si è acuita con lo smottamento della classe operaia, la scomparsa degli agricoltori, la frammentazione interna alla classe dei lavoratori.

 

“La massa indifesa” non è più facilmente rintracciabile. Il diritto di un lavoratore deve fare i conti con la bilancia degli altri mestieri interconnessi, oltre ai disoccupati, nel contesto di una fiscalità folle, nella disparità di trattamento e in una protezione sociale complicata, in cui il cittadino stesso non sa più con chi identificarsi, perso nel deserto economico e burocratico kafkiano nel quale, di volta in volta, si affanna a trovare i propri parametri di classificazione.

 

La cosiddetta sinistra, dovendo trovare in ogni caso una rappresentanza chiara, un elettorato specifico per fare affidamento sullo “zoccolo duro” pur necessario in politica, ha scelto quindi di schierarsi con il pubblico impiego, il burocrate, il colletto più bianco, nonché l’unico sul quale possa ancora intervenire direttamente.

 

Impotente di fronte alle multinazionali e orfana della grande industria nazionale di un tempo, di cui rimpiange i volti riconoscibili, ciò che rimaneva della sinistra ha cercato riparo nelle battaglie per i diritti civili e nella difesa dell’immigrato, tornando fra le braccia di quei cugini “estremi” dai quali aveva cercato di allontanarsi negli ultimi 30 anni.

 

Incapace di esporsi e agire fattivamente nella difesa dei suddetti, a causa della contrarietà del suo zoccolo duro tutto sommato benestante e di una classe lavoratrice incattivita dalla mancanza delle tutele di un tempo, la sinistra tradizionale, se vogliamo socialista, si è infilata in una spirale di contraddizioni dalla quale rischia di non uscire più.

 



 

Il recente tentativo di porre un uomo forte alla guida, e in questo il chiaro riferimento va a Matteo Renzi, è fallito per il motivo più banale: porre al comando un leader che voleva ribaltare proprio il mondo del pubblico impiego, personaggio restio ad avvicinarsi al tema dei diritti sociali, in quanto legato al mondo cattolico, e sprezzante di una classe operaia semplicemente non contemplata negli efficaci discorsi a venerazione dei capitani d’industria, europei e mondiali.

 

Nel segno di uno dei pochi tratti distintivi rimasti alla sinistra, ossia la lentezza atavica delle sue decisioni, dopo molti mesi e svariate defezioni -volontariamente non definibili con un collocamento ideologico (da Calenda a Renzi) – il PD, che per ultimo tenta di esprimere gli antichi valori di un tempo, ha conferito lo scettro a Zingaretti, politico pacato e camaleontico nella sua mimetizzazione.

 

Questo passaggio ha definitivamente posto fine alla ricerca di una risposta, dove pure insiste la sopravvivenza della sinistra, ossia il vecchio “chi siamo?”, “dove andiamo?” e “che mondo vorremmo costruire?”, lasciando spazio all’epoca di una sopravvivenza, facendo affidamento sull’autodistruzione degli antagonisti: dall’inevitabile tramonto del berlusconismo, fino alla consunzione corale del grillismo e quella singolare espressa nel leaderismo salvinista o meloniano.

 

Nella sua azione a sostegno di Giuseppe Conte, il PD si è però dovuto abbandonare alla semplificazione controproducente, restando in balia delle divisioni da stadio e dei campioni del surf da rabbia sociale.

Sempre più disorientata, la sinistra moderna si è trovata incapace di comprendere il complesso reale nel quale sguazzava con il coltello fra i denti e un vanesio senso di superiorità, agevolando la vita degli antichi nemici, coloro che incidono con la mannaia sociale ed economica, ignorando la necessità del bisturi.



 

Cosa significa, quindi, essere di sinistra, oggi?

Nel rispetto delle opinioni contrarie, essere o sentirsi “di sinistra” non può semplicemente significare l’alzata dei pugni al cielo, cantare “bella ciao” dalla finestra, o gridare a squarciagola “fascisti” verso i “padroni”.

Bensì, per mostrarsi degni eredi di una tradizione secolare, la necessità sarebbe quella di lasciare ogni emozionalità esasperata -alla maniera dell’aristocrazia che inorridiva davanti agli eccessi- e comprendere finalmente la complessità dell’oggi, trattando sulla base di quest’ultima, onorando i doveri e lavorando per accrescere i diritti della maggioranza – di cui prima, però, si dovrebbero studiare le fattezze – stante i rapidi cambiamenti sociali che, invece di essere accolti e modellati, hanno travolto e poi seppellito un modo di plasmare il reale, senza il quale a perdere non sarà parte del Paese ma, tutta intera, una società sempre più disorientata.

 

 

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Foto https://pixabay.com/it/vectors/mano-point-diritto-sinistra-308597/

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