Epicuro nella pandemia




dì Gulia Bertotto, filosofa e giornalista.

 

Negli ultimi tempi stiamo riscoprendo il valore della filosofia non solo come salotto intellettuale ma come bisogno interiore: la pandemia da Sars-CoV-2, le possibilità tecnologiche (o tecnocratiche), le questioni etiche legate alla dimensione virtuale, quelle della medicina e della bioetica, ci mettono di fronte a sfide morali inedite.

La filosofia dimostra di essere non solo la scelta elitaria di pochi, ma l’urgenza del pensiero di tutti davanti al dolore. E proprio il rimedio al dolore è ciò che sta a cuore al filosofo Epicuro.

La testimonianza di Epicuro come manuale morale e ricettario di vita buona, torna attuale in questo presente critico. Nonostante naturalmente il contesto delle sue tesi sia storicamente, culturalmente e tecnologicamente diverso dal nostro.

Il suo nome viene dal greco e significa soccorritore o alleato. Un nome, una missione.



Epicuro (341-270 a. C.) è uno dei filosofi antichi la cui dottrina è più equivocata. Evocato come amatore della vita terrena ha una concezione piuttosto tiepida del piacere, per uno che ha la fama di godereccio. Per lui infatti il piacere non è che l’assenza di dolore. Categorizza poi i piaceri in movimento in tre categorie: 1. naturali e necessari, 2. naturali ma non necessari, 3. piaceri non naturali e non necessari. Tutta la sua dottrina potrebbe essere condensata nella massima:

“Vano è il discorso di quel filosofo che non sappia curare qualche umana passione; infatti, come l’arte medica non è di alcun giovamento se non ci libera dalle malattie dei corpi, così di alcun giovamento è nemmeno la filosofia se non ci libera dalla malattia dell’anima”.

La filosofia ha dunque una funzione diretta e chiara di tipo terapeutico. Esercizio del pensiero che rende sereno il nostro animo e così di valore le nostre azioni.

 

Il dolore.

Se esso è lieve, dice Epicuro, è soppportabile e quindi possiamo semplicemente superarlo, se è acuto sarà breve. Se è invece insopportabile significa che la morte è vicina, e questo è un sollievo. Ma oggi il dolore può durare a lungo mentre siamo tenuti in vita da tecnologie artificiali, con il cosiddetto “accanimento terapeutico”: forse se un dolore insopportabile non conduce presto alla morte, esso è in qualche modo una forma di violenza? Come risponderebbe a questo dilemma Epicuro?

La nostra tecnologia ci porta lontano dalla terra con le navicelle e lontano dalla fisicità con le “realtà virtuali” ma il dolore del corpo è qualocosa che ci tiene ancora fortemente inchiodati alla materia e alla nostra natura finita.

Oltre che, come vuole la medicina tradizionale d’Oriente e la moderna bioenergetica, comunicare da dimensioni iconsce l’origine emotiva del nostro malessere.

 

Il dolore dell’anima.

Il dolore dell’anima è un illusione secondo Epicuro, in quanto se si presenta vuol dire che stiamo perseguendo obiettivi vani o opinioni fallaci. Non c’è mai motivo perché la nostra anima soffra, perché la verità non da motivi di sofferenza. Se stiamo soffrendo ci stiamo ingannando. Ci vuole coraggio per sentire queste affermazioni fino in fondo. Mettiamo che muoia un nostro caro, o una persona giovane…non dovremmo soffrire? No, secondo il nostro pensatore, perché se essa ha trovato la morte non sta soffrendo, quindi non vi è motivo di star male per lei. La morte non incontra la nostra vita quindi non c’è sofferenza nella morte (vedi ultimo paragrafo sulla morte). Sembra molto razionale? Eppure anche la fede, che solitamente non riteniamo razionale, ci dice di pensare che i nostri defunti siano in un posto beato e più pacifico della terra.



Gli Dei esistono ma non si curano dell’uomo dunque il problema del male resta aperto e insoluto. Non vi è uscita dall’aporia del male nel mondo: se gli dei non lo eliminano perché non vogliono allora non sono buoni e quindi non sono dei, e se non lo eliminano perché non possono, allora la loro fallacità mostra che non sono dei.

Domande universali a cui la religione cattolica ha risposto, o tentato di rispondere, con il dispositivo del libero arbitrio.

Epicuro tratta l’argomento anche con una spiccata irriverenza e ironia: “Se gli dei tenessero conto delle preghiere degli uomini, la razza umana s’estinguerebbe tutta, tanti sono i mali che gli uni s’invocano gli uni contro gli altri”.

Epicuro risponde alla questione del male da un’altra angolazione che non è l’eziologia metafisica, cioè la sua causa, ma cosa possiamo fare qui e ora per tollerarlo e arginarlo.

 

Vediamo cosa ci ha lasciato scritto Epicuro sui piaceri sensuali.

“Amplesso carnale non giovò mai, già molto se non fa danno”, scrive. E definisce la sessualità come “sozzure dell’assillo carnale”.

 

Occorre ricordare che per la filosofia antica, e nel primo cristianesimo, come per diverse correnti ascetiche, la sessualità non è demonizzata in quanto da piacere (come erroneamente si tende a credere), ma perché il piacere è sempre anticamera del dolore.

 

Il piacere alimenta l’attaccamento ad una vita ontologicamente illusoria che è quella materiale. Il godere è sempre altra faccia del soffrire, infatti nel buddhismo il desiderio è il carburante del penare. Dunque Epicuro suggerisce di non essere schiavi del piacere o del dolore ma della filosofia dove si trova l’unica fonte di libertà: “Fatti servo della filosofia se vuoi avere libertà vera”.

La morte.

Nella Lettera a Meneceo si trova il celebre annullamento filosofico del timore della morte: “quando ci siamo noi la morte non c’è” e viceversa. L’impossibilità di far coincidere la morte con l’esperienza dovrebbe rasserenarci immediatamente e scacciare ogni turbamento relativo ad essa. Certamente l’allenamento a pensare la morte in questi termini può essere una strada di saggezza.

SEGUI SU FACEBOOK E TWITTER @ifatticapitali





Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *