La giustizia tra politica e circo mediatico: l’opinione di @giuliaselvaggi2 .

Abbiamo contattato l’avvocato penalista Emanuela Trimarchi, conosciuta su twitter con l’account @giuliaselvaggi2, per l’attualità di alcune decisioni di ordine giuridico e, soprattutto, per conoscere la sua opinione in merito al pericoloso mix fra circo mediatico, commento politico delle sentenze e svolgimento dei processi, in una spirale poco virtuosa che contraddistingue da sempre la storia del nostro Paese.

 




 

Ciao Giulia, come stai? E’ bello ritrovarti dopo la nostra #intervistacapitale (https://www.ifatticapitali.it/?p=2447)

 

Potrei dire che sto bene, se non fosse che questa è la settimana di astensione dalle udienze, proclamata dall’Unione Camere Penali, per dire no al blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

Ciò detto, c’è di nuovo la consapevolezza di essere di fronte ad una classe politica vogliosa solo di sfamare gli elettori con provvedimenti populisti che, nel caso di specie, comporteranno processi infiniti per imputati e vittime.

Il tutto in mancanza di una riforma strutturale del processo penale.

 

Stai preparando un accurato articolo che pubblicherai sul blog http://www.confiniselvaggi.com/ , relativamente all’ergastolo ostativo.

Senza entrare nel dettaglio, le successive dichiarazioni dei leader politici alla pronuncia della Consulta cosa ti hanno fatto pensare?

 

Mi spiace dover dire che le frasi ad effetto pronunciate da vari leader politici

( Zingaretti: “Sentenza un po’ stravagante”; Salvini: “Sentenza diseducativa e disgustosa”;  Di Maio: “Chi è in galera col carcere duro deve restarci” ) non mi hanno stupita. E mi spiace soprattutto perché attraverso quelle frasi si fanno passare concetti errati, si fa credere che è stato introdotto un automatismo secondo cui i mafiosi adesso otterranno benefici penitenziari.

Il rischio che si corre è che le persone che non hanno la curiosità di approfondire l’argomento finiscano per pensare che da questo momento si apriranno le porte del carcere per tutti i mafiosi che pertanto potranno andarsene a passeggio e che verranno premiati, sebbene abbiano deciso di non collaborare.

La realtà è completamente diversa: la Consulta, peraltro in linea con quanto aveva deciso qualche giorno fa la Cedu, ha precisato che la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è assoluta ma relativa. In pratica è stata restituita al magistrato di sorveglianza la possibilità di verificare se anche un condannato per reati di mafia che abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo possa essere reinserito nella società attraverso la concessione di benefici. L’errore che commettono in tanti è quello di pensare che se un mafioso non collabora significa che il carcere non l’ha cambiato, che mantiene ancora i legami con l’associazione mafiosa di cui faceva parte e che quindi vada punito.

Anche per esperienza professionale diretta posso dire che non sempre i fatti vanno così: molte volte i condannati per reati di mafia non collaborano per paura di ritorsioni, soprattutto quando hanno una famiglia da tutelare! E mi sembra pertanto corretto che debba essere un magistrato a valutare, caso per caso, tenendo conto delle relazioni del carcere, delle informazioni e delle valutazioni di varie autorità quali ad esempio la Procura antimafia, se concedere o meno i benefici.

Diversamente, si verificherebbe un ricatto: se non collabori non verrai reinserito nella società.

Un ricatto che peraltro è in forte contrasto con i principi costituzionali e di cui, appunto, la Consulta ha tenuto conto. E a quanti sostengono che restituendo questa valutazione al giudice si concede la possibilità al mafioso di minacciare colui che dovrà decidere in merito alla sua libertà ( se non mi concedi il beneficio mi vendico con la tua famiglia) vorrei far presente che così facendo si finisce per ammettere che la mafia è più forte dello Stato, uno Stato che invece deve essere in grado di tutelare il magistrato nello svolgimento delle proprie funzioni. Diversamente sì, avrà vinto la mafia.

 

 




 

In attesa delle motivazioni della sentenza su “Mafia Capitale”, abbiamo ripreso le dichiarazioni rilasciate a “Il Foglio” dal docente di diritto penale, Prof. Avv. Vito Costantini, (https://www.ifatticapitali.it/?p=2615) che ci sono sembrate illuminanti per comprendere, in modo sintetico ma preciso, la definizione di “mafia”, a livello strettamente giuridico.

Dal tuo punto di vista,  il potere mediatico, l’intromissione della politica, i film, i libri, le fiction che nascono sulla scia di vere o presunte associazioni a delinquere, aiutano il lavoro di magistrati e giudici  oppure rischiano di incidere nella sostanza delle decisioni che vengono prese?

 

Quello dei magistrati è un lavoro molto delicato. Personalmente non ho mai pensato che un giudice possa farsi condizionare da un film o da un libro. I magistrati, così come gli avvocati, si basano su quanto emerge nel corso del processo e sulle prove che si formano in dibattimento. Non dimentichiamo peraltro che i tre gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento rappresentano una garanzia per l’imputato posto che diversi giudici di vario grado si pronunceranno in merito alla responsabilità penale dell’autore di un delitto. Dunque direi che tutto ciò che avviene fuori dal processo non aiuta e non condiziona i magistrati nello svolgimento della loro attività decisionale.

 

 

A tuo modo di vedere perché sta crescendo esponenzialmente il “mediatico” attorno allo svolgimento dei processi giudiziari?

La gente è molto curiosa della vita degli altri e spesso si lascia incantare dal racconto “colorato” di una determinata vicenda che ha dato vita ad un determinato processo.

Tutti vogliono sapere tutto, finanche e soprattutto i particolari più macabri di un determinato fatto che potrebbe integrare gli estremi di un reato e specie quando quel tutto è raccontato da una soubrette televisiva piuttosto che da un vero e proprio cronista. E’ ovvio che quello che alla fine si finisce per non sapere, sono gli aspetti tecnici e fondamentali di un processo.

 

 

Nello svolgimento del tuo lavoro ti sei mai sentita intimamente “contrariata” da una sentenza che non ritenevi giusta?

 

Beh, è normale che a volte capiti di non condividere la decisione di un magistrato ma non ho mai dubitato della serietà e del ragionamento giuridico  che conduce un giudice a una determinata decisione piuttosto che a un’altra. Dovendo raccontare un episodio che mi ha lasciato l’amaro in bocca direi di quella volta che un magistrato (donna) del Tribunale di Torino ha rigettato una mia eccezione in merito ad una nullità sostenendo che non avrei dovuto accettare l’incarico perché, nel momento in cui mi era stato conferito, ero in gravidanza. In quel caso ho pensato che era stato calpestato il diritto di ogni donna di lavorare anche se in attesa di un bambino. A parte quell’esperienza che ha riguardato me ma che ha avuto riflessi sull’esito del processo e, quindi, sul cliente, non ho mai ritenuto una sentenza ingiusta. Tutt’al più non condivisibile, ma questo fa parte del meraviglioso mondo del diritto.

 

Grazie Emanuela, a presto.

 

 

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