Governo Draghi e comunicazione: strade parallele, problemi comuni




 

C’è chi lo osanna e chi lo odia. C’è chi non lo capisce. Una sola cosa è certa: Mario Draghi continua ad avere problemi con la comunicazione, fulcro della politica 4.0 di questi anni.
Piaccia o meno, il Premier non ha alcuna intenzione di calarsi nel ruolo di pater familias rispetto a una nazione stordita da conferenze stampa, bozze, premesse, anticipazioni. Processi e dinamiche alle quali l’Avv. Giuseppe Conte aveva abituato tutti durante i 365 giorni di pandemia appena celebrati.
Il capo di un esecutivo sul quale gli italiani nutrono più speranze che certezze, prosegue il suo cammino in secondo piano, rincorrendo i ritardi su vaccini e Recovery, lasciando i riflettori ai membri di un Governo unico in tutti sensi, soprattutto per la sostanziale mancanza di opposizione e oppositori.
In attesa di qualche gol, il pubblico scalpita e le mosse del Premier fanno discutere, alimentando teorie (caso McKinsey) e confusione (gestione pandemia) quando basterebbero indirizzi certi e risposte chiare per arginare quel clima di preoccupazione che abbraccia migliaia di imprenditori e milioni di lavoratori italiani.

 



 

Al di là dei dubbi sull’efficacia di una comunicazione istituzionale ridotta all’osso, grottesca nei suoi videomessaggi e fastidiosa nei lunghi silenzi, con la recente, annunciata, riforma del Ministro per la semplificazione e la PA, Renato Brunetta, si è mossa una pedina che sposta dal piano del mancato dialogo a quello della concretezza, generando malumore fra quanti non si sentono rappresentati da un esecutivo deificato dalla stampa nazionale.
L’ennesima rivoluzione nella PA – da inserire agli archivi accanto alla ciclica “lotta all’evasione”– stona con l’attuale situazione dell’impresa privata e dei suoi dipendenti, immersi nei pasticci taciuti dall’INPS per il pagamento della CIG, nel ritardo su i ristori da parte dell’Agenzia delle Entrate, nel mezzo milione di disoccupati che andrà a raddoppiarsi o triplicare con la fine del blocco licenziamenti.
Il tempismo di una presentazione di questo tipo è un fatto capitale, al contempo politico e comunicativo.
Nel complesso di una “società delle relazioni”, la comunicazione non è soltanto “una parola buona per tutti” ma soprattutto concretezza del gesto.
Sventolare come successo l’aumento di stipendi già “sicuri” – ben oltre la retorica e di fatto nei numeri della crisi crescente che non ha sfiorato i dipendenti pubblici – rappresenta uno schiaffo difficile da assorbire per milioni di italiani coinvolti loro malgrado nelle dinamiche di un’impresa medio-piccola in netto ritardo rispetto al processo di digitalizzazione.
Imbrigliata in una crisi produttiva dove al costo del lavoro si somma la situazione macro economica, il mismatch fra domanda e offerta nel mercato dell’occupazione, la mancanza di quella “fiducia” sventolata dagli economisti come fattore determinante solo quando risulta più comodo giustificare numeri scomodi.

 



 

Il Mario Draghi che nella retorica offerta da un stampa adorante odia i rituali e la politica degli annunci, tradisce con il gomito e i sorrisi verso Brunetta una subordinazione ai partiti che dovrebbe sbaragliare per narrazione ma ammansisce rispetto ai fatti.
Allo stesso modo e senza distinzioni di colore politico – sempre che di colori si possa ancora parlare – le scelte sulla gestione della pandemia ricalcano le mosse confuse del precedente Governo.
L’utilizzo continuo dei DPCM, il loro travagliato e complesso avvicendarsi nel giro di pochi giorni; l’incapacità di imporsi sulle regioni ben oltre il titolo V e sostanzialmente sui partiti che le governano; la mancata chiarezza sui dati e i pareri espressi dal CTS, non rappresentano alcun cambio di passo e accrescono la frustrazione di una popolazione sull’orlo di una crisi sociale preoccupante, già espressa dai numeri sulla soglia di povertà diffusi dall’Istat pochi giorni fa.
In attesa del famoso “cambio di passo” mezza Italia torna in zona rossa e i dati sui contagi non lasciano molto spazio alla fantasia rispetto al futuro più prossimo.
Nel frattempo la comunicazione tanto bistrattata fa sentire il suo peso sul condizionamento dell’umore generale già sottozero.
Se ciò che serve al Governo Draghi per intervenire con il bisturi su problemi complessi è il fattore tempo, continuare a camminare su strade parallele rispetto alle regole della comunicazione di oggi rischia di rappresentare un autogol clamoroso e complicare la vittoria finale su pandemia e crisi economica.
Un desiderio comune anche fra quanti (pochi), non abdicano al ruolo di una sana informazione inteso come stimolo alla chiarezza, pratica e degli intenti, in relazione a chi guida il Paese verso il futuro.

 



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