I 3 stadi di Kierkegaard.


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dì Giulia Bertotto, filosofa e giornalista

 (Twitter @GiuliBertotto1)

Søren Kierkegaard, è nato, vissuto e ha trovato la sua fine terrena nella deliziosa Copenaghen (1813-1855).

Nacque in una famiglia austera e disgraziata.

I genitori erano anziani, la mamma morì quando era piccino, e lui era l’ultimo di sette fratelli, 5 morti prima di raggiungere i vent’anni. Come accadde a Van Gogh, che fu chiamato Vincent in onore del fratelllino nato morto, il piccolo Søren prese il nome del fratello defunto. Già da ragazzino era consapevole di un senso di colpa e di tristezza funesta che lo abitava, accompagnato da uno spiccato senso del peccato indotto dal padre.

Nel suo Diario, un imponente raccolta di scritti, sfoghi e confidenze con la carta, scrisse: “Fin dall’infanzia sono preda della forza di un’orribile malinconia, la cui profondità tova la sua vera espressione nella corrispondente capacità di nasconderla sotto apparente serenità e voglia di vivere”.

E così il piccolo Kierkegaard leggeva e studiava, crebbe fino ad ottenere un dottorato di ricerca in teologia. Sublimò quella che oggi chiameremmo una “depressione” in una straordinaria creatività teorica.

 



La sua famosa dottrina dei tre stadi è costituita da un primo stadio estetico, da un secondo stadio etico e dal terzo stadio, religioso.

 

STADIO ESTETICO

Lo stadio estetico si nutre di piaceri effimeri, distrazioni continue, godimenti passeggeri in una sorta di eterno presente a perdere. Il suo rappresentante è Don Giovanni. In ogni conquista si incarna l’intensità dell’eterno ma poi ripiomba nell’insoddisfazione, la disperazione, la compulsione, diremmo oggi.

 

STADIO ETICO

Lo stadio etico è più maturo, si nutre della fedeltà, della scelta, nella quale si fa una promessa. È quello che avviene tra moglie e marito in un patto di condivisione. Ma soprattutto è impersonato dal Consigliere di stato Whilelm. Eppure anche questa nobile fraternità non è imperitura.

 

STADIO RELIGIOSO

Lo stadio religioso è infatti l’unico che può salvarci, l’unico che abbia davvero valore e che possa sollevarci dallo stato di disperazione: la nosta volontà si rimette a Dio, la scelta del soggetto si abbandona alla scelta di Dio.

Neppure l’etica lo comprende, la stessa etica infatti non ha aspirazioni così alte, regola i rapporti ta gli uomini ma non quelli intimi e interiori dell’anima con Dio. Lo si vede nell’episodio biblico del sacrificio di Isacco. L’etica condannerebbe un padre che anche solo per un attimo è disposto a uccidere il figlio. È come se qui Kierkegaard dicesse: l’etica non è all’altezza della mistica.

In “Timore e tremore” (1843) troviamo anche la contrapposizione tra cavaliere della Fede e cavaliere dell’Infinito: il cavaliere dell’infinito crede in Dio ma è rassegnato per la sua sorte terrena, e questo perché non è disposto a credere nell’assurdo, nell’incredibile, a compiere il doppio movimento del paradosso a cui è disposto il cavaliere della fede, il quale ha intuito che “la fede comincia la dove la religione finisce”.

 

 

Nella rinuncia inspiegabile del padre al figlio, del delitto inconcepibile, dell’uccisione del proprio frutto, nel sacrificio massimo, nel dolore intollerabile si cela l’apertura alla salvezza in Dio. La salvezza dunque è eseguire la volontà di Dio. Non comprenderla. Cercare di comprenderla è uno sforzo fallimentare,

Il suo simbolo è Abramo, che rinuncia alla ragione, alla logica del senso per sottomersi a Dio. E in questa sottomissione trova la libertà.

Nella stessa opera Kierkegaard scrive: “O dunque esiste un paradosso per il quale l’individuo è, come tale, in un rapporto assoluto con l’Assoluto; oppure Abramo è perduto”. L’unica realtà in cui l’individuo esiste è nel legame inscindibile, ontologico, con il divino. Questo legame sospende l’etica, interrompe le leggi del mondo e avviene nel segreto interiore tra l’indidividuo e Dio.

Le parole di Kierkegaard evocano quelle del mistico tedesco Meister Eckhart “Prego Dio che mi liberi da Dio”, dunque una sorta di dimensione mistica, linguaggio della teologia negativa, il silenzio del sacrificio, di Abramo che conduce Isacco al patibolo senza proferire parola.



Se descrivessimo questi tre stadi utilizzando una metafora temporale diremmo che: lo stadio estetico vive un tempo di attaccamento al presente, quello etico una progettualità del futuro e quello religioso un abbandono del tempo.

Una libertà da ogni legame con il tempo scandito perché l’assurdo vive la dimensione dell’eterno. L’unica che anche in questa situazione di pandemia sia accessibile?

Forse fino al momento in cui non è scoppiata questa pandemia abbiamo vissuto in modo estetico ed etico ma ora scopriamo che l’unica dimensione possibile è quella della gratitudine e del servizio? Di trovare un senso nel paradosso, di trovare valore nel mistero? Abbiamo creduto la nostra gioia e i nostri progetti “immuni” dai piani di Dio che in realtà non possiamo conoscere e non possiamo giudicare?

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