Il calcio impazzito

 

Tutto è cominciato con i cori contro Buffon. L’ex capitano della Nazionale, ripetutamente preso di mira  durante Napoli-PSG, senza scomporsi ha continuato a dare la sola risposta che un giocatore di calcio deve al pubblico: quella sul campo.

In ogni caso, la stampa nostrana non ha sottolineato né i cori, né la reazione, forse per non sminuire lo spettacolo sportivo cui si è assistito.

Atteggiamento diverso si è avuto verso la querelle fra il pubblico della Juventus e Mou, nelle due partite del girone di Champions League. In questo caso, si è aperta la discussione per la reazione teatrale (e doppia) del portoghese, verso il pubblico avversario.

Qui da noi il dibattito su ruoli e responsabilità di chi guadagna milioni, dovrebbe essere simbolo della sportività ed esempio per i giovani, è stato subito liquidato nell’analisi del singolo caso.  

I giornalisti italiani (ma non quelli inglesi!) si sono schierati con Mou, umanamente offeso, voglioso di rivalsa e dunque difeso da quella stessa intelligentia che aveva condannato, qualche anno prima, Antonio Conte, ed altri,  per aver esultato con “troppa veemenza” insieme ai propri tifosi, dimostrando poco riguardo per gli avversari.

Al di là dei singoli casi citati, l’escalation dì follia è continuata nel week end. Una nazionale sempre meno amata, nonostante la grande risposta numerica di San Siro, ha portato Insigne, suo giocatore di maggior talento, a bestemmiare in mondo visione. Umano si, ma dimentico di giocare a San Siro, non per la strade di quartiere.

A Milano si è anche assistito all’assurdo di fischiare un giocatore della Nazionale (Leonardo Bonucci), colpevole di aver vestito la maglia rossonera. Anche in questo caso, reazione scomposta del protagonista multimilionario, il quale risponde alla stampa bollando i tifosi come “imbecilli”.

Fare opinione sulla base del colore della maglia ci sembra francamente indecoroso, anche se fidelizza il lettore, rende più agevole il lavoro di chi scrive, più piacevole la lettura di chi vuole sentirsi appagato nel leggere la sua stessa opinione.

Il calcio non è mai stato un “pranzo di gala” ma il giornalismo che gli girava intorno era uno degli argini posti a difesa del sistema verso gli estremi cui si può arrivare, quando notorietà e soldi lasciano la razionalità in panchina.

Un calcio sempre meno umano quindi, con protagonisti che non si riconoscono più nel ruolo di eroi e simbolo, aspirando più a Hollywood che non alla bellezza del gesto tecnico, alla ricerca dell’agonismo dentro di sé, al superamento dei propri limiti ancor prima di quelli dell’avversario, all’essenza dello sport dunque. Protagonisti troppo presi da se stessi che eseguono gesti umani ma decontestualizzati, pronti a pagliacciate sempre meno divertenti contro un pubblico che non può essere educato a parole, tutto al più, se mai sia possibile, dal buon esempio.

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