1 maggio, dopo tanti anni



dì @GuidaLor

Per quanti si chiedano quale sia il reale valore delle feste simboliche e delle ricorrenze, oggi, 1 maggio 2020, è possibile rispondere senza nascondersi dietro la retorica.

La festa del lavoro di questo anno sventurato assume, nella contingenza di una pandemia globale, l’antico valore del suo significato: l’orgoglio di chi ha un mestiere e contribuisce al miglioramento della società come privilegio da difendere con orgoglio, lottando sempre, nel solco di conquiste strappate attraverso l’impegno intellettuale e il sangue di chi ci ha preceduto.

Nel prossimo futuro tante, troppe persone perderanno la propria occupazione: travolto da un virus che ne ha castrato l’essenza, il lavoro non è più un fatto scontato.

In questo senso, il  valore non solo simbolico del 1 maggio, celebrato per la conquista del diritto alla dignità, deve renderci consapevoli e orgogliosi di essere italiani, spronandoci a profondere un nuovo impegno verso il miglioramento della società di cui facciamo parte, ben oltre la retorica trita dei pic nic e dei concerti di piazza.



Fra gli effetti paradossalmente positivi della pandemia, abbiamo avuto la possibilità di ampliare il nostro sguardo sul mondo.

Ciò ha dato la possibilità a una maggioranza di persone di notare le differenze politiche e sociali fra un continente e l’altro, fra nazioni confinanti e idee di società – e dunque di lavoro – completamente dissimili.

Per una Cina che tratta i suoi lavoratori come pedine all’interno di un gioco considerato più grande del valore del singolo, la pandemia ha raccontato come il lavoro negli USA sia parimenti discriminatorio, consentendo le cure mediche in base al peso della propria busta paga.

Ancora una volta il 1 maggio deve ricordare all’Europa, fulcro dei valori del mondo, che il lavoro e la società più giusti risiedono nella dinamica di battaglie dei diritti che l’hanno fatta lacerare tante volte ma, al contempo, sono state propedeutiche alla creazione di una rete della quale siamo tutti parte e attiva e beneficiari. Ciò è stato reso possibile grazie al lavoro e a quello che si è prodotto – pur distribuendolo spesso in maniera errata – nel rispetto ideale di regole e valori che hanno zittito numeri e interessi personali per tendere all’equità e all’uguaglianza.



Il mondo che verrà dopo la pandemia sarà diverso. A guidare questo cambiamento dovrà essere il lavoro, con le sue nuove modalità di esecuzione, dallo smartworking all’e-learning, fino a una diminuzione degli orari che, stante le tecnologie attuali, deve superare un ultimo ostacolo per tutti, non solo per i colletti bianchi: le 8 ore lavorative.

In un mondo in cui le macchine stanno sostituendo sempre più l’uomo in tante mansioni ordinarie e straordinarie, con la sicura crescita della disoccupazione, gli orari rigidi e le multifunzionalità del lavoratore non sono più una modalità intelligente di amministrare produzione e risorse.

Le sfide per il mondo del lavoro non finiscono con un virus che, al contrario, deve essere la penna con cui ridisegnare una società inevitabilmente trasformata e portatrice di nuove richieste.

Il 1 maggio 2020 esce dalla retorica per farsi proposta e incidere nella vita comune, superando le baccanali delle fave e pecorino, “appecorato” modo di lasciare ad altri la gestione di un valore comune e fondante della nostra società.

SEGUI SU FACEBOOK E TWITTER @IFATTICAPITALI





Foto https://it.wikipedia.org/wiki/File:Quarto_Stato.jpg

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *