Italia Morta.




Qualcuno, prima o poi, leggerà la storia di questi ultimi 3 anni  e né trarrà conclusioni meglio di quanto si possa fare oggi, per un Paese che colleziona avvertimenti sul proprio stato di salute ma adora sublimare angosce e problemi nel bersaglio di turno, oppure nell’ubriacante spettacolino di una politica abitata più da personaggi che non da rappresentanti.

Il tasso di natalità in picchiata da anni è, in ordine cronologico, l’ultimo allarme lanciato da un campanello impazzito; un chiodo che fissa il cerchio di una società disorientata, aggrappata all’erosione del proprio risparmio, incapace di trovare un compromesso con le proprie abitudini e il ritmo del resto del mondo, sempre in  attesa di un eroe, un Godot buono da impiccare a fine corsa o inseguire con un lancio di monetine nel postprandiale.

Ha ragione Carlo Calenda che, Ospite a Mattino 5, ha riassunto molto bene la situazione attuale dell’opinione pubblica e della classe dirigente: “Il problema dell’Italia è esattamente questo: parliamo tutto il giorno di cose che non hanno a che fare di gestione del paese”




Se i social sono lo specchio del Paese, le diatribe quotidiane su chi sia fascista e chi no arrivano alle orecchie di quei pochi osservatori silenziosi come l’eco di un pollaio impazzito, in cui anche l’intelligentia  partecipa alla battaglia del gallo più egotrofico.

E’ difficile trovare una voce fuori dal coro dentro ad una società in cui le dirigenze inseguono la pancia gassosa e puzzolente della base elettorale, anziché guidarla parlando al cervello, chiedendo solo una cosa ai propri elettori: analizzare la realtà nella sua complessità, non perdersi nell’emotività dell’episodio, dietro alla sardina riccioluta di turno, al caso di cronaca, all’evento sconcertante.

Il nostro è un Paese che si eccita nel particolare perché diventato astigmatico, incapace di focalizzare i contorni della realtà.

 



 

Concentrare le energie, concentrarsi sull’economia; frenare l’emoraggia di laureati dal Paese, dare dignità al lavoro, difendere i pilastri della nostra democrazia: sanità e cultura.

La politica, spinta da un’opinione pubblica matura e non emotiva, deve assicurare il futuro il più stabile possibile dentro un mondo che perde equilibrio ogni giorno: non è facile, ma è più importante delle diatribe su i nutellabiscuits e, in questo momento, anche delle pur giuste battaglie sui diritti civili.

Si vive di lavoro prima di ogni cosa; se lo abbiamo dimenticato è perchè una crescita distorta ed insostenibile ha creato un popolo agiato e intellettualizzato male da troppi cattivi maestri. Una opinone pubblica con la pancia piena e lo sguardo perso nel vuoto ha dimenticato la fame,  innamorandosi troppo spesso della bottiglia.

E’ ora di tornare a parlare di cose concrete. Citando Calenda “parliamo di cose che hanno a che fare con la gestione del Paese”.

 

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