La rivoluzione innescata dalla pandemia: dal lavoro alla rinascita dei borghi



 

dì @GuidaLor

 

Stiamo vivendo uno di quei momenti storici nei quali le scelte prese oggi risulteranno decisive per la struttura sociale dei prossimi decenni. E’ questa una verità che conoscono tanto i vertici politici, aziendali e associazionistici quanto i sindacati e la società civile, rispondendo ognuno a proprio modo verso la rivoluzione imminente e non più rinviabile innescata dalla pandemia; ma andiamo per ordine.

La crisi mondiale generata dal sars_cov2 ha accelerato un processo irreversibile: lo smartworking si è inserito prepotentemente come nuovo modo di intendere il lavoro, associando alla produttività il welfare e il welness aziendale, dando inoltre modo di capire come la formazione e la preparazione nell’utilizzo delle nuove tecnologie sia necessaria per poter agganciare quel treno dell’innovazione sfuggito all’Italia negli ultimi 20 anni.

 

Tale processo, che trova d’accordo le aziende ben disposte a risparmiare sul costo di luce e affitti ruotando il personale disponibile, apre le porte a una nuova, possibile geografia residenziale nella quale le seconde case in provincia o in campagna, quelle che fino a ieri avevano visto crollare il loro valore, da domani potrebbero essere più appetibili sul mercato, dando vita a quel “rinascimento dei borghi” tante volte sbandierato dalla politica ma impossibile da attuare per la mancanza di lavoro, l’arretratezza delle infrastrutture fisiche, la fatica del pendolarismo quotidiano.

 



 

Questo passaggio scava però in un altro problema che il nostro Paese non è riuscito a risolvere nel corso del tempo, ovvero la presenza delle “zone bianche”, quei luoghi fisici larghi anche km2, nei quali la connessione a internet resta lenta, ancorata al rame e, dunque, fondamentalmente poco performante per assicurare il lavorare da remoto.

 

Se la svendita di Telecom a partire dagli anni 90′ e 2000′ è stata un omicidio/suicidio manageriale e politico sul quale si potrebbe lungamente discutere, con lo svuotamento di una eccellenza a vantaggio della finanza e dei francesi, ora possessori del 24% di Tim, il problema della rete unica torna d’attualità nella recente mediazione di Gualtieri per il difficile matrimonio fra Tim e Open Fiber, necessario ma non scontato, per cablare il Paese in tempi più rapidi di quelli registrati fino a oggi.

 

Una trattativa difficile, tanto sul piano economico quanto politico: sullo sfondo degli interessi economici si palesano infatti criticità per il possesso delle informazioni in rete, con i francesi che, tramite Tim ad oggi possono conoscere i dati sensibili del nostro Paese (uno dei motivi per cui venne creata Open Fiber), oltre alla rivoluzione mondiale del 5G, in cui la Cina svolge il ruolo di pioniere e nemico, con l’esclusione dalle gare di appalto da parte delle grandi compagnie di telecomunicazione occidentali per l’implementazione del sistema.

 



 

 

Se la pandemia è stata l’innesco, la bomba rivoluzionaria che si prepara a investire il mondo del lavoro e la società tutta vive anche nell’eterno scontro tra Confindustria e Sindacati un nuovo, decisivo capitolo: con 10 milioni di contratti da rinnovare, ai perenni piagnistei dell’industria italiana (o, meglio, di ciò che ne rimane), si contrappongono ancora una volta le utopie di un sindacalismo utilizzato come arma di ricatto verso la politica e l’innovazione, in sacrificio al ruolo primario della difesa dei diritti in parallelo con la crescita e lo sviluppo del Paese.

 

Considerati tutti i cambiamenti in atto, seppur con lo spettro di una seconda ondata  di contagi e milioni di disoccupati in divenire, si torna così all’incipit che deve essere da monito per quanti verranno chiamati in causa nelle varie trasformazioni su citate: viviamo un momento storico, facciamoci trovare pronti.

 

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Foto https://pixabay.com/it/photos/gilet-giallo-evento-rivoluzione-3854259/

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