La “superstizione atea”: riflessioni sul tema




La fede dell’esistenza di Dio

e la negazione dell’esistenza di Dio

hanno un punto in comune: il desiderio di Dio.

Michelangelo

 

dì Giulia Bertotto, Dottoressa in Filosofia e consulente filosofico.

 

Se fossi musulmana pregherei cinque volte al giorno in direzione della Mecca, se fossi cristiana di retaggio mitraico mangerei il mio dio ogni domenica in un rituale teofagico.

Se fossi ebrea celebrerei lo Yom Kippur dell’espiazione, in una comunità protestante potrei sposare un prete, se invece fossi zoroastriana pregherei davanti al fuoco, induista saluterei il sole e mi purificherei nell’antico Fiume, mentre se appartenessi alla chiesa del Santo Daime nutrirei venerazione per un totemico colibrì.

Se fossi nata in una comunità Amish verrei sepolta con lo stesso abito indossato al mio matrimonio, e se fossi una cristiana cresciuta nell’Uniao Do Vegetal assumerei ayuhasca per fare viaggi extracorporei.

Quanti i ponti per tentare di avvicinarsi all’Irraggiungibile, quante le intuizioni umane per cogliere l’Ineffabile: ecco cosa, tra antropologia, mito e narrazione collettiva, sono le religioni. Sono ponti, non la meta.

Magicamente ardenti e desideranti come amanti, nella loro attesa, le religioni abitano la sospensione metafisica tra umano e sovraumano. Nella loro sublime tensione fra tradizione ed eternità, società della guerra mondana e pace immateriale.




Se fossi atea invece, beh allora sì che sarei superstiziosa. Mi ingannerei pensando che il ponte debba essere la meta, finendo così per deridere il ponte e oscurare la meta. Se fossi atea disconoscerei la possibilità prima e ultima di ogni affermazione e di ogni negazione, mi batterei per dimostrare l’inesistenza della fonte stessa del mio (non) credo, contraddirei l’arbitrio che mi da la libertà di dichiarare la mia professione di “senza Dio”.

Ma è una superstizione rovesciabile all’istante: pensiamoci bene, non c’è niente di più razionale e lucido che farsi incantare dal senso del Mistero. Dal restare sopraffatti e stravolti dalla Vita che accade e che se accade facendosi corpo, deve essere certamente vita in quanto anima, in quanto essenza, come insegnava Socrate.



La Vita dell’universo è ineluttabilmente mistero nel suo perché, anche se è biologia, chimica e fisica nel suo come.

Se fossi atea rifiuterei con fiera presunta razionalità, l’unica certezza ontologica e cognitivo-gnoseologica che posso avere: il Mistero divino. Il Mistero di cui sono frutto, figlia e madre.

Quale materia si darebbe infatti senza Spirito? Quale esistenza senza Coscienza? Il “caso”, dici, lo spiega “la scienza”, incalzi. Ma il caso è la morte della ragione, dal caso nessuna particella si darebbe, nessuna cellula si presenterebbe al cosmo.

E la scienza non spiega, la scienza misura. La scienza è la verifica dei sensi e della percezione, non afferra lo scopo e non spiega la manifestazione del miracolo costante. In quanto essere umano non posso che ammirare il Mistero, restare sbigottita della Meraviglia, studiare e conoscere la varietà di ogni come e pregare l’Infinito perché.

 

Giulia Bertotto, dottoressa in Filosofia e consulente filosofico.

Collabora con diverse testate e riviste di antropolgia e filosofia.




foto https://pixabay.com/it/photos/colibr%C3%AC-bird-trochilidae-volante-2139278/

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