L’epoca dell’ipocrisia transnazionale.

  • Contestare Putin nelle sue visite europee;
  • boicottare i prodotti turchi per l’invasione della Siria;
  • sostenere le ragioni del popolo palestinese (in questo caso, non si è mai capito con quale  modalità d’azione condivisa);
  • difendere l’ambiente e proteggerci dal cambiamento climatico.

 

La realtà nella quale viviamo ci appare sempre più contraddittoria. Ad ogni azione politica, pretesa in nome di un’etica pur condivisibile, ci sarebbe il rovescio della medaglia:  uno stravolgimento totale delle nostre abitudini. Siamo davvero pronti a tutto questo, quando ci lamentiamo al primo black out che spegne i nostri condizionatori fabbricati in Cina o Turchia, o ci disperiamo per la rottura della caldaia mandata avanti dal gas russo?

 

Contestare Putin e inimicarsi la Russia, Paese che non riconosce diritti civili, sostiene ancora oggi delle dittature e non muove un dito per l’ambiente, è cosa buona e giusta.

Per l’Italia, quanto per l’Europa, ciò però significherebbe perdere miliardi di euro di export, assistere alla fuga dei pochi investitori ancora carichi di liquidità ma, soprattutto, aprire una crisi energetica senza precedenti.

Questo punto riguarda particolarmente l’Italia, energeticamente il Paese rimasto più dipendente dalle forniture russe e francesi, a seguito delle scelte fatte nei decenni addietro: no al nucleare, abbandono dei piani ENI, scarsi (e mal sfruttati) giacimenti presenti sul territorio.

Tradotto? Bollette alle stelle, inflazione in impennata. Boicottiamo Putin?  Se siamo disposti a tornare indietro e soffrire, perché no?

 


 

Danneggiare l’economia turca, come viene paventato in queste ore da molte associazioni di consumatori e cittadini comuni, è possibile, ed è una giusta rivolta civile contro la sanguinosa azione militare verso il popolo curdo.

A fronte di un calcolo da noi svolto, sulla base dei vari comparti dell’import italiano (già analizzato in altri articoli) si potrebbe incidere, sul piano teorico, per soli 2 miliardi, rispetto agli 8 scambiati annualmente con Ankara.

L’Italia è uno dei principali partner commerciali della Turchia e, nel 2017, il Governo Gentiloni ha firmato un protocollo d’intesa con il quale si impegnava ad aumentare la quantità degli scambi con Erdogan, soprattutto nel settore agricolo, oltre ad un surplus di investimenti in loco.

Vogliamo sabotare la Turchia? Iniziamo ad annullare i contratti.

Questo, però, comporterebbe un calo delle commesse per le nostre aziende, tanto per quelle presenti in suolo turco, quanto per quelle italiane, particolarmente interessate nel tessile, nell’agricolo, nel siderurgico, con un giro di affari da oltre 8.8 miliardi di euro annui.

Tradotto? Boicottare la Turchia significherebbe, per l’Italia, così come per l’Europa, un calo dell’export (colonna portante della nostra economia), minore crescita del PIL,  probabile incremento della disoccupazione. Senza contare che importiamo oltre un miliardo e trecento milioni di prodotti raffinati dal petrolio: andiamo a piedi?

Fuori dall’economia, guardando al sociale ed alla politica: Erdogan minaccia di “spedire” 3.6 milioni di rifugiati siriani verso l’Europa; la stessa che ha pagato, sin quì, 5.6 miliardi di euro per tenerli nel recinto del baffuto leader turco, al quale oggi rivolge appelli umanitari: non è questa ipocrisia?

 


 

Riguardo al popolo palestinese, Chef Rubio (guarda chi bisogna citare per una frase di buon senso), è stato l’unico a far venire a galla tutte le contraddizioni di questo popolo europeo confuso, ricordando che se i curdi sono un popolo senza patria, sfruttato e vessato da secoli, la storia dei palestinesi non è da meno. Eppure non fa notizia….

 

Riguardo al tema ambientale si è molto discusso.

L’Europa e gli europei, in tal senso, sono fra i più attivi e consapevoli attori della lotta al cambiamento climatico.

Essa, però, si scontra di nuovo con la realtà dei BRIC, i Paesi in via di sviluppo che vorrebbero avere giustamente i nostri stessi agi, in un tempo limitato, e che si dichiarano restii ad abbandonare il carbone, ora che la loro produzione industriale viaggia a mille all’ora.

Fra i più noti (Brasile, Russia, India e Cina), si è aggiunta recentemente la Polonia, che ha dichiarato, tramite i suoi rappresentanti di non pensare minimamente di abbandonare il carbone, loro principale combustibile, in un momento come questo.

Che si fa allora? Sopperiamo diventando integralisti ambientali? Perfetto: d’estate al caldo, d’inverno al freddo; viaggi aerei azzerati, macchine spente e stravolgimento dei sistemi produttivi in meno di qualche lustro. E’ fattibile? Forse, così come è vero che questo non può bastare…

 


 

Concludiamo con quello che avrete già capito: il mondo che viviamo è complesso.

L’economia globale è interconnessa e limita la capacità di azione dei Governi e dei popoli occidentali, assuefatti da un sistema di vita agiato, al quale, solo a parole si riesce a rinunciare, salvo attendere il primo black out elettrico; il social down; il ritardo dell’aereo; la domenica ecologica; la pretesa di prodotti esotici a buon prezzo; la raccolta differenziata esasperata che sottrae tempo; la connessione ultra mega veloce che pure inquina; la comodità della plastica; la sostituzione dello smartphone ogni 12-20 mesi, con le relative morti morti in Africa, eccetera, eccetera, eccetera…….

 

Uscire dall’ipocrisia, smettere di chiudere un occhio, comporta un prezzo altissimo, se non il rischio di scatenare guerre, che si sono scatenate sempre per lo stesso ed unico motivo: la ricerca di agiatezza dei popoli.

 

 

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foto https://pixabay.com/it/illustrations/scudo-segnale-stradale-strada-nota-417828/

 

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