L’ora del lockdown2: perché non si muore di solo Covid




 

Dalla Campania alla Sicilia, dalla Lombardia alla Calabria. Gli appelli di medici, Associazioni e Federazioni che rappresentano il mondo della sanità si stanno unendo in un unico coro: chiudere tutto o assistere impotenti al prossimo collasso ospedaliero che inciderà negativamente anche sui malati “non covid”.

 

La serie di Dpcm firmati dal Presidente Conte negli ultimi due mesi ha fallito.

Colpevoli? Tutti: dal Governo con i suoi più alti rappresentanti che dispensavano ottimismo ad Agosto, fino alle regioni, spesso amministrate da dirigenze impreparate e Presidenti testardamente contrari verso ogni tipo di restrizione e controllo. In mezzo i cittadini: più indisciplinati di quanto non abbiano voluto raccontare i mass media per evidenti motivi e limiti imposti dal mercato.

 

Ad oggi, la percentuale di posti letto per malati covid19 è al 69.7%. Solo pochi punti percentuali la separano dai dati di aprile (75.2%).
Il numero delle terapie intensive occupate ha superato la soglia di allerta del 30% su quasi tutto il territorio nazionale, attestandosi al 37% con una lenta ma costante crescita.

 

In Valle d’Aosta i posti letto per ricoverati covid19 sono arrivati al 239%, in Piemonte al 158%, in Lombardia al 98%, in Liguria al 106%, nel Lazio al 76% nelle Marche al 62% e in Campania al 64%. Quando si supera il 100% significa che altri reparti sacrificano i loro letti, altri medici e infermieri sono chiamati a lasciare indietro malati non covid.

Le terapie intensive dell’Umbria sono utilizzate al 64% della loro capacità di accoglienza; in Valle d’Aosta al 70%; in Lombardia al 63%; in Toscana al 49%, in Campania al 37%.

Sulle montagne di una curva dei contagi che continua a salire ogni giorno per numero di ospedalizzati e terapie intensive, scendere a compromessi con il virus a motivo di un’economia comunque stagnante, genera attese ancora più pericolose, coinvolgendo quanti non hanno contratto il covid19  – o ne sono usciti indenni – e hanno bisogno di ricorrere alle strutture ospedaliere per la prevenzione,  operazioni chirurgiche programmate o emergenze.

 



 

Il tempo del compromesso e il metodo dei doppi binari rifiutato in marzo, quando solo alcune regioni del nord risultavano fortemente coinvolte nella pandemia, ha lasciato spazio al tempo della paura: Governo paralizzato in estate, misure di emergenza applicate quì e là in ottobre, fino alle ultime soluzioni creative, con i 21 parametri per la definizione delle zone a rischio.

Sembra passata un’eternità da quell’inizio di primavera in cui si svolse il braccio di ferro tra la Confindustria e il Governo per il problema dei contagi sul lavoro: oggi non se ne parla più. I protocolli mascherano una verità banale anche nelle zone rosse.

In questo senso, il “lockdown light”, massima misura di sicurezza applicata nelle zone arancioni e gialle, è stata la prova lampante dell’impossibile costante attenzione da parte dei singoli individui.

 

Nell’ultimo weekend mezza Italia si è riversata dentro ai ristoranti, sui litorali o si è ammassata nei centri città. Soltanto nelle ultime 48 ore, le forze dell’ordine hanno intercettato oltre 100 positivi a spasso per lo stivale.

 

Di fronte ai numeri su citati il lockdown nazionale appare allora per molti, autorevoli epidemiologi, l’unica via d’uscita.

Tanto più adesso che il vaccino della Pfizer è pronto al lancio e alla distribuzione ma richiederà ancora qualche mese di attesa per una diffusione capillare.

 

In attesa del vaccino serve un ultimo sforzo per evitare centinaia di migliaia di sacrifici, di vite perse, di decessi evitabili: il Governo chiami il lockdown nazionale. Perché non si muore solo covid19.

 

dì Giovanni Capasso






immagine https://pixabay.com/it/photos/cuore-medico-salute-cardiologia-1767552/

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