Ma cos’è la destra, che cos’è la sinistra (oggi)?




La vittoria di Boris Johnson nelle elezioni in UK ha scatenato una nuova ondata di panico sovranista dentro l’opinione pubblica italiana. Il dato più significativo, però, oltre il singolo caso e le conseguenze della Brexit, è l’organizzazione della politica in UE, ormai polarizzata in maniera preoccupante entro le simmetrie di realtà ugualmente inefficaci e pericolose.

Ma cos’è la destra e cos’è la sinistra, oggi?

Se da un lato abbiamo una destra che mira a costruire il nuovo mondo regolandolo su dinamiche già fallimentari nelle sentenze della storia,  attraverso una pericolosa ed utopica autarchia delle nazioni, la risposta che arriva da sinistra è talvolta timorosa, talvolta fantasmagorica, con i suoi improbabili green deal ed un rassicurante statalismo non più sostenibile nell’era della globalizzazione.

Destra e sinistra, una volta divise dalla visione del reale, oggi si smarcano solo nella medesima inefficacia delle loro intenzioni.




In un mondo in cui mercato e scoperte tecnologiche hanno maggio rilevanza dell’azione teorica di ogni Governo, la risposta del sovranismo risulta rassicurante per quanti non vogliono accettare il potere perduto dalla politica. Le soluzioni semplici, gli uomini presuntamente forti, la paura del diverso e lo spettro di un cambiamento radicale delle proprie abitudini, comporta il trionfo dei vari Trump, Erdogan, Bolsonaro, Johnson, Salvini, Orban etc. etc.

Se il peso dei media è decisivo non va considerato come il solo elemento capace di sbilanciare il mondo verso destra. Partendo da un dato storico, la risposta conservatrice ad economie stagnanti o in recessione è sempre stata maggiormente appetibile per gli elettorati.

In tutto questo, anche il linguaggio utilizzato per la narrazione è superato, travalica significato e significante, perdendosi nel nulla di una confusione che genera ulteriore preoccupazione: cosa significa essere “conservatori” oggi? Cosa si vuole conservare di un mondo che corre con la velocità del 5G e degli inevitabili  – e giusti – diritti civili per tutti?

E cosa si intende per “progressista”, nei luoghi di quella sinistra incapace di accettare l’attuale supremazia della produzione e che osteggia ancora l’impresa, come 100 anni fa, anziché accompagnarla nella crescita e nello sviluppo delle società?

La sinistra, con le sue storiche divisioni interne, laddove non riesce a smarcarsi dalla retorica delle destre, con personalità totalmente inefficaci sul piano mediatico nell’era della comunicazione web, da Zingaretti a Corbyn, propone ricette lontane dalla realtà di tutti i giorni.

Escludere dal dibattito il problema dell’integrazione, dopo trenta anni di emigrazione, non placa la rabbia di quanti si vedono superare negli ospedali o nel diritto alla casa da chi non contribuisce alla spesa sociale. E’ razzismo quello degli episodi di frustrazione riportati quotidianamente? Molto spesso no; è solo umano egoismo che già mai è stato superato né lo sarà, a meno che non si voglia scivolare nella speranza del religioso, per non dire nell’hippismo più ipocrita della critica al sistema produttivo, affogato nei consumi a basso costo (tutti pretendono il saldo) del periodo natalizio.

La politica deve trovare il modo di far convivere e compenetrare in modo pacificamente sociale il nuovo popolo multiculturale che si trova a gestire: se la destra ammicca all’esclusione sociale degli ultimi, la sinistra finge di non vedere il problema o si appella al cuore degli uomini. E perde.




Oltre questo problema sociale, evidente in Paesi come  Usa, l’Italia, la Francia e nelle nuove economie post sovietiche, il mercato del lavoro e la redistribuzione della ricchezza, sempre più concentrata in poche mani (l’1% sul 99% secondo Oxfam) è il secondo punto nel quale destra e sinistra propongono soluzioni incredibili, nel senso di inattuabili.

Al protezionismo incapace di accettare una globalizzazione inarrestabile, la sinistra oppone le vecchie retoriche di uno statalismo efficace solo su i libri, o nuove improbabili soluzioni come la decrescita felice.

In questo breve elenco di differenze si inseriscono le vittorie degli imbarazzanti  – e pericolosi – leader su citati.

Il processo della globalizzazione, generato dalla sinistra americana negli anni 90′, è sfuggito di mano ai “progressisti”: l’accelerazione della tecnologia e i nuovi rapporti internazionali ne hanno acuito i problemi irrisolti e criticità.

 

La risposta di chi riesce ad identificarsi in questo tipo di dicotomia, genera movimenti inascoltati e non rappresentati sempre più affollati, ma impotenti: dagli ambientalisti di Greta alle Sardine nostrane, la frustrazione non trova riscatto nella realtà politica.

Le democrazie occidentali più antiche non sanno rispondere alle trasformazioni di un mondo che gira sempre più in fretta, sono incapaci di contenere il peso delle multinazionali, pareggiare la capacità delle nuove economie dei BRIC, e gli elettori si rifugiano nei venditori di soluzioni immediate. Che queste ultime siano sicuramente fallaci, ed oltre modo pericolose, nei riflessi su rapporti internazionali, lavoro, ambiente, interessa pochi: quando la casa brucia è più facile buttarsi da una finestra.

 

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