Mani in alto, il neoliberismo ha vinto

Cosa si intende per neoliberismo? E chi lo rappresenta oggi in Italia?

Partiamo da un premessa tagliata con l’accetta: ogni critica filosofica sulle differenze fra liberismo, liberalismo e neoliberismo oggi è fuffa.

In un mondo globalizzato che viaggia dentro al solco tracciato dall’imprimatur del mercato, le differenze teoriche non solo sono sconosciute ai più ma si perdono in inutili orpelli intellettuali nelle modalità di governo che hanno abbandonato ogni forma di intellettualismo vicina al comando.

Ad un’epoca estrema corrisponde una filosofia estrema, per la quale, oggi, da economia e mercato tutto discende: il neoliberismo, che ha invaso l’azione politica e il sociale con la sua forte impronta individualista.

 

Google – grande creazione della libera impresa e oggi non a caso mostro dalle centomila teste – definisce così il termine neoliberismo: indirizzo di pensiero politico ed economico che, individuando nelle concentrazioni monopolistiche e nell’intervento massiccio dello stato sull’economia le cause primarie delle violazioni alla libera concorrenza, propugna il ripristino dell’effettiva libertà di mercato attraverso una politica di deregolamentazione.

 

In sostanza, il neoliberismo rappresenta la richiesta di uno Stato minimo, garante delle libertà con particolare riferimento a quella di mercato, verso cui oggi, al di là di ogni retorica, la “libera politica” è però già pienamente assoggettata.

 

Ed è per questa via inconciliabile fra liberissimo mercato, libero Stato e libertà personale, che si consuma lo strappo insanabile tra idea e realtà, in un uno sposalizio che pure si è compiuto sotto ai nostri occhi.

La condanna dell’intervento pubblico, avversato per la sua fallacia e lentezza, si è realizzata non solo per la commistione fra corruzione e interesse privato ma anche attraverso un lavaggio del cervello perpetrato dallo stesso mercato con i suoi più svariati mezzi di avvicinamento all’individuo (TV, internet, informazione mainstream), e ha trovato il suo colpo di grazia nel ricatto rappresentato dalla globalizzazione, arma in mano alle aziende che compongono il mercato stesso.

 

L’anello debole di questo tendere verso un futuro di radiosa libertà e competizione è però nel suo stesso punto di partenza, ovvero il presente di una società sfibrata, disuguale, iniqua e oggi dinanzi a un mostro chiamato riscaldamento globale. Problemi verso i quali gli Stati dovrebbero intervenire superando ogni necessità del mercato ma che non possono ne vogliono farlo per l’evidente giostra di interessi che nessuno può più fermare.

 

GLOBAL WARMING

 

Global warming come urgenza e fulgido esempio sul quale il neoliberismo opera non attraverso il cambio di passo nella modalità dei consumi – che lo danneggerebbe – ma per mezzo di una mega spesa sulle infrastrutture che lo determinano, anche se, per questa sola via, sembra palese l’impossibilità di porre rimedio ai danni compiuti.

 

Azione consueta già applicata per altre emergenze (v. lavoro devastato dall’automazione che pure viene esaltata per le sue future promesse): perchè il neoliberismo figlio del capitale non stravolge mai se stesso, non è chirurgico ma sempre farmacologico, anche davanti a una cancrena.

 

Ed è cosi che nell’imminenza della catastrofe climatica la toppa risulterà peggiore del buco a motivo del ritardo tecnologico e al di là di ogni euforia interessata; per i tempi strettissimi indicati dalla scienza;  per l’impossibilità di soddisfare l’obiettivo senza causare danni a una maggioranza di persone (v. “transizione ecologica sanguinosa” profetizzata dal Ministro Cingolani)

 

In questo suo essere, il neoliberismo ha vinto per l’assenza di alternative che pieghino il mercato agli interessi specifici delle comunità, almeno nei casi in cui è a rischio l’autoconservazione dei popoli, dalla pace sociale alla ribellione del clima.

 

Il suo punto di rottura è nella gestione del problema climatico ma anche nella carne che rappresenta la libertà illimitata, l’autoregolamentazione che non funziona: la carne del magnate Jeff Bezos, spedita in cielo nello stesso tempo concesso per una pausa pipí all’ultimo dei suoi operai.

Il rischio di vedere realizzato già oggi il sogno superomistico del neoliberismo, dell’uomo che trascina e trascende.

Razzo che ha colpito nell’immaginario collettivo anche massimi esponenti di questa nuova ideologia, uomini e donne che si sono interrogati sul senso di un atto tanto debordante per la sua capricciosa megalomania.

Ma in un certo senso l’America è sempre lontana, meglio tornare a casa per capire qualcosa.

NEOLIBERISMO IN ITALIA

Il Governo guidato dall’ex Presidente BCE Mario Draghi, e soprattutto sostenuto da forze politiche che si vorrebbero distanti nei contenuti, è il trionfo del neoliberismo e la sconfitta di ogni altra idea di società che non ha più rappresentanza parlamentare.

Anche la nostra presunta sinistra, verso la quale confidano sempre meno italiani, quando non si oppone alla fine del blocco dei licenziamenti senza una immediata, corposa riforma del welfare e del lavoro, si dimostra in linea con questa idea di mercato che da solo, senza regole, riuscirà a riassorbire la sanguinosa ferita dovuta solo in parte alla pandemia, già preannunciata a motivo del distorto modello produttivo.

 

Il neoliberismo nostrano è lo Stato che arretra o si limita a fare da banchiere e banditore di appalti per la grande impresa (v.Pnnr),  senza dettare le regole del gioco.

 

Il neoliberismo è la cancel culture applicata verso ogni lotta di classe che contempli l’associazione di categorie dei lavoratori, non a caso scientificamente divisi dal mercato a partire dagli anni 80′.

 

Perchè il neoliberismo è una oligarchia di difensori del capitale che si protegge e propaganda con i tanti mezzi a sua disposizione.
Una massoneria che non ha bisogno di nascondersi e si mostra senza timore nell’avvicendarsi dei soliti noti ai posti di comando.


Tre realtà venute a galla in poche settimane di cronaca. 

Dalla gestione del blocco licenziamenti, con “il lavoro che torna al mercato” (cit. Ministro Brunetta), allo scalpore generato dalla banalissima uscita di Travaglio sul “figlio di papà” riferito al Presidente del Consiglio.

Affermazione che ha scatenato proprio le ire di figli eccellenti,  i quali non possono che idolatrare le regole economiche e sociali imposte da un mercato del quale, quando non sono padroni, risultano essere figli intoccabili e privilegiati.

E qui torniamo al punto su citato, con il lavaggio del cervello perpetrato ai danni di chi pure figlio di papà non è, ma oggi sostiene con forza l’unico modello che appare perseguibile: la filosofia dell’impossible is nothing, la cancellazione degli sconfitti, dei perdenti, degli ultimi.

Un mondo spaventato solo per poco dall’incidente a 5 Stelle, terminato in un grosso sospiro di sollievo di fronte all’impreparazione dei suoi protagonisti.

 

Oggi la realtà consegna la sua sentenza: non ci sono più visioni alternative al neoliberismo.

 

Il ruolo della democrazia e dell’espressione di Stato sarà dunque sempre più quello dell’appaltatore e del gestore di malumori temporanei, in una società che ha elevato l’individualismo a valore supremo e contempla la comunità solo quando ha uno specifico obiettivo, inteso ovviamente come profitto.

Non è un caso se il welfare, ultimo cannone in mano all’idea comune e fondante di una democrazia nata per governare popoli e non tabelle, da noi venga picconato con sempre più forza da una certa corrente di pensiero: a fronte di 150 miliardi annui di economia sommersa, il problema dovrebbero essere i 9 spesi per il sostegno alle famiglie più in difficoltà.

Nella realtà dei fatti e dei numeri c’è la necessità di consegnare nuova carne da macello al sistema in cammino verso il futuro sudamericano che ci attende.

Forse non l’Europa ma certo l’Italia è sempre più vicina a tale modello sociale. Ne siano testimonianza i numeri sulla povertà assoluta, disuguaglianza scolastica, dal famoso -utopico- ascensore sociale che si è guastato e dall’immobilismo di una società arroccata in difesa della propria corporazione, come da tradizione storica.

Una sconfitta generale dovuta alla scarsa coscienza civile, all’incapacità di solidarietà fra lavoratori, alla debolezza politica delle figure  che si vorrebbero contrapporre a un modello che, alla fine, piace sempre quando ci vede dalla parte parte dei beneficiari.

 

Il neoliberismo trionfa ovunque perché i suoi oppositori non sono stati in grado rispondere con l’affermazione di una diversa idea di società, che chiamerebbe allo sforzo collettivo popoli ormai privati di qualsiasi coscienza sociale.

 

Il neoliberismo ragiona come un’azienda: è sempre proiettato al domani senza tenere conto del presente.

Intenzione impossibile per la politica che pure si è piegata a tale modo di intendere l’amministrazione democratica, tanto all’estero quanto in Italia.

Per questo motivo e per come è contemplato oggi, il neoliberismo applicato su un mondo tanto complesso ci porterà a sbattere contro un muro.

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