Noi che non possiamo restare a casa.




Siamo gli operai, siamo i baristi, siamo i cassieri, siamo i commessi dei negozi, siamo gli idraulici, gli impiegati dei piccoli uffici in difficoltà: siamo sottoproletariato nell’era della tecnologia e dello smartworking.

Usciamo ogni mattina per compiere il nostro dovere, proprio come i medici, ma senza la romanza.

Siamo i fantasmi che girano per le città semivuote, gli scemi, i sacrificabili e non abbiamo l’onore delle prime pagine perché non siamo carcerati: siamo i penultimi.



Con tutte le cautele del caso ci si dimentica, nel mondo immaginario della flessibilità triplice–Stato- imprenditori/dipendenti – che ancora bisogna prendere l’autobus o il treno, il tram o la metro per lavorare: non ci sono autisti nel south side di una società sempre più sfibrata dalle differenze sociali, nel reddito, nei diritti e nella tutela dei lavoratori.

Massimi esperti nel campo dell’epidemiologia continuano a vedere nelle mosse del Governo delle tardive -seppur giuste e doverose- azioni che rischiano di non cambiare poi molto “se la gente non sta a casa”.

Laddove in Lombardia in tanti continuino a lavorare nelle fabbriche, nelle aziende, e la circolazione non è vietata per stessa ammissione della Protezione Civile, nelle “zone ancora non rosse” la vita continua quasi come prima, e non per mancanza di responsabilità.

Il senso di certe misure sarebbe comico se non fosse vero: parrucchieri aperti, centri benessere chiusi. Quale è il senso?

Lavare le mani non evita la possibilità che mi debba grattare un occhio e lo faccia sovrappensiero, come sempre successo, come sempre succederà. Il cameriere che lavora appeso al suo “contratto carta straccia” non può dire “Ho paura e sono responsabile, me ne sto a casa 15 giorni”.

C’è il mondo reale e quello immaginario.

Ci sono le soluzioni estreme cinesi che, a quanto pare, sono le uniche in grado di fare fronte a una pandemia, e quelle all’italiana, che affidano al popolo con la più alta evasione fiscale del mondo le sorti di milioni di immunodepressi e di anziani.




“Minchia Signor Tenente” cantava il povero Faletti, riferendosi al sacrificio dei carabinieri morti ammazzati dalla mafia e dalle ingiustizie dello Stato.

“Minchia Signor Presidente“ è il coro di mezza Italia, che pur prestando la massima attenzione vive ogni giorno il rischio di un contagio per il quale veniamo terrorizzati e costretti ad andare avanti, dovendoci sentire colpevoli nel chiedere più sicurezza.

Abbiamo i conti correnti più cospicui d’Europa. I risparmi servono per le emergenze. Li useremo. Oppure siate chiari: affidateci senza mezzi termini al fato, mentre vi fate belli di restare a casa perché il vostro status privilegiato ve lo consente.

 

foto https://pixabay.com/it/photos/bio-panettiere-pane-infornare-4840960/

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