Perché Evo Morales non è Che Guevara.




La situazione boliviana e le dimissioni di Evo Morales, disarcionato dalla guida del Paese dopo le contestazioni popolari e le minacce dell’esercito, rispolverano un vecchio dubbio: alcune regole della democrazia possono piegarsi ai risultati ottenuti da un leader o da un Governo?

 

Come avevamo scritto agli albori della crisi boliviana (https://www.ifatticapitali.it/il-presidente-della-bolivia-evo-morales-tira-dritto-tra-coca-trump-e-democrazia/) Evo Morales, detto “El Indio”, può vantare numeri straordinari:

  • ha dimezzato il tasso di povertà della popolazione dal 36% al 16% circa;
  • il PIL della Bolivia negli ultimi anni ha realizzato una crescita media intorno al 4%;
  • è un leader amato da gran parte del popolo, in particolare dai ceti più bassi e nelle campagne.




Ciò detto, egli è inviso all’amministrazione Trump, così come a quella Obama , per il sostegno alla produzione della coca, e la difesa dei coltivatori (cocaleros), di cui anche la sua famiglia ha fatto parte, pur condannandone l’utilizzo come sostanza stupefacente.

In questi anni “El Indio” ha più volte snobbato la presidenza Usa, sottovalutandone il potere politico nelle questioni sudamericane, e sopravvalutando la sua forza e quella degli alleati (es. Lula), con il risultato di ottenere sempre maggiori attenzioni da parte di Washington.

 

Questa è la premessa nella storia del primo boliviano di origine indio ad essere eletto Presidente.

 

L’errore di gran parte dell’opinione pubblica europea può essere quella vecchia tentazione di trasformare  figure carismatiche in eroi pop. Evo Morales non è un moderno Che Guevara, ma un uomo al  potere da oltre 14 anni, che ha superato il limite dei due mandati sconfessandoli con una legge ad hoc.

 

Le incertezze ed i dubbi sull’andamento delle elezioni, contestate dall’Osa, sono il corollario di una storia tipicamente sudamericana.



El Indio si è innamorato del potere; ha creduto di poter essere il solo a riscattare il destino di migliaia di boliviani, poveri come lui lo era stato in gioventù, stracciando importanti regole democratiche osservate dai suoi predecessori.

In questo contesto, annunciare la vittoria di elezioni delicatissime bloccando gli scrutini – che pure lo stavano dando in testa –  ha dato modo agli Usa di trovare una chiave per inserirsi, come da triste abitudine, nelle dinamiche delle fragili democrazie del Sud.

Se in Venezuela il colpo di Stato è fallito miseramente, in Bolivia le proteste del ceto medio e le minacce dell’esercito hanno causato le dimissioni di Evo Morales.

 

Il potere, seppur utilizzato nel migliore dei modi, si dimostra una potente droga capace di assuefare chiunque ne provi l’ebrezza: per questo motivo la democrazia  ha delle regole immutabili.

 

Peccato che chi voglia difendere certi valori abbia un Presidente come Trump, capace di disprezzare pubblicamente tante regole democratiche, fino a pubblicare, per gioco s’intende, un video su twitter nel quale si proclama già vincitore di un improbabile (per legge) terzo mandato alla guida degli Usa, nel 2024.

 

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