Perché non vorrei pagare il canone Rai. E Sanremo è la punta di un iceberg.



Il canone televisivo italiano, più comunemente conosciuto come “canone Rai”, è una imposta sulla detenzione di apparecchi “atti o adattabili alla ricezione di audiovisioni” sul territorio nazionale.

Il canone è una fra le imposte più evase in Italia, in misura del 25% sull’atteso.

Parafrasando il nome di una rubrica della “Settimana Enigmistica”, tanto cara a quell’intellettuale di Matteo Salvini  – che si fa vanto di accompagnarla a Diabolik nei suoi viaggi lungo lo stivale – “forse non tutti sanno che” solo parte dell’obolo annuale viene girato dal Governo alla Rai.

Il rosso previsto per il bilancio 2020 dalle parti di Piazza Mazzini è pari a 65 milioni di euro, in linea con il piano industriale in cui si è parlato di ridimensionamento del budget e nuovi investimenti, come il potenziamento di Rai Play, player multimediale che stenta a decollare.

Questa la premessa di una storia iniziata con un regio decreto del 1938.




Il passato della Rai è glorioso, infarcito di volti noti e amati da un popolo cresciuto a pane e “lo ha detto la televisione” ma, proprio per questa sua compagnia ingombrante, l’azienda da anni rispecchia la situazione del Paese ed i suoi umori, dando il peggio di sé.

Lo spettatore più distratto non può fare a meno di notare come da un paio di decenni la Rai sia diventata vecchia, brutta, disconnessa dalla modernità, nostalgica e ripetitiva.

Dovendo fare una summa del perché oggi non vorrei pagare il canone televisivo, troverei proprio in questi aggettivi il motivo del mio essere recalcitrante nel mandare avanti un’azienda che, senza il contributo minimo ma pur decisivo dello Stato, semplicemente non andrebbe avanti.



L’azienda pubblica per eccellenza, quella dove la politica continua a mettere nuovi alfieri e presunti controllori, è rimasta imbrigliata nei volti storici divenuti di anno in anno sempre più stempiati e anarchici.

 

Perché la Rai si è trasformata si, negli anni, ma in peggio.

 

Dal granitico, quasi sovietico controllo dei programmi – e di chi li conduceva – si è passati ad un anarchismo imbarazzante per lo spettatore.

Ben oltre il caso di Amadeus, vittima della odierna censura da starnuto, lo sguardo sul comparto dell’informazione (su cui stendiamo un velo pietoso) della fiction e su quello sportivo mette davvero i brividi (o sonno?).

 



La Rai ha un giornalismo sportivo, particolarmente nel settore del calcio, che viene quotidianamente sbeffeggiato sui social, e chi non se ne accorge è un boomer.

Se  una volta fa scalpore la faziosità di qualche giornalista, un’altra si ride dei costanti problemi tecnici; altresì si passa alle innumerevoli gaffes, ai collegamenti difficoltosi, ai volti che non si rinnovano e fanno il bello e cattivo tempo nel privato dei loro smartphone, semplicemente dimenticando di essere dipendenti – e figure – pubbliche.




Sulla programmazione degli show poi, lo sguardo della Rai non è davvero più proiettato ad una pur sempre modesta voglia di innovare, ma si è volontariamente rinchiuso nella rassicurante fetta di mercato degli anziani: show nostalgici, fiction dalla tecnica più che discutibile, roba capace di impallidire di fronte a Netflix, Amazon Prime video, ma anche nel più equilibrato confronto con Mediaset.

 

Sanremo è la massima espressione della Rai.

La manifestazione canora è  termometro dell’azienda; una ripetitività giunta al 70° anno senza particolari stravolgimenti. In questo senso, è solo la quota del cantante medio a fare la differenza fra un’edizione e l’altra.

Ebbene, in un mondo della musica rivoluzionato dai talent show, oggi abbiamo l’ereditiera Elettra Lamborghini pronta a sostituire Domenico Modugno, qualche rapper capace di fare il pieno solo in provincia a prendere il posto di Cocciante.

“De gustibus” dirà qualcuno. “Se non ti piace cambia canale” suggerirà un altro. Eppure mi resta difficile accettare questo modo di ragionare, come se al ristorante fossi costretto a mangiare ciò che mi viene imposto dall’oste, o in alternativa tornare a casa digiuno e alleggerito nel portafoglio.

 

La domanda è sempre la stessa, oltre ogni cavillo burocratico e risultato di bilancio: ma perché nel 2020 devo ancora pagare per tutto questo?

 

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foto : https://pixabay.com/it/vectors/tv-televisione-dispositivo-162002/

 

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