Peste e coronavirus. Le analogie nel libro di Carlo Cipolla.





dì @GuidaLor 

 

Dopo molto tempo ho riletto con piacere il libro del Prof. Carlo M. Cipolla, dal titolo “Cristofano e la peste”, piccolo gioiello pubblicato da “Il Mulino”, sul morbo portato nel 1630 dai soldati tedeschi, capace di uccidere migliaia di persone e la fragile economia dell’epoca.

La lettura – che consiglio a tutti – è stata folgorante nella quantità di analogie con la realtà attuale.

Sulla base di numerosi documenti storici, il defunto Prof. Cipolla narra l’azione sanitaria e amministrativa  di un certo Cristofano di Giulio Ceffini, nel contesto di un mondo politico impreparato ad affrontare la peste, con l’ignoranza della scienza verso “lo morbo” e nella ritrosia del popolo rispetto a quarantene e limitazioni. Passata la crisi sanitaria, il mondo di Cristofano si troverà alle prese con una devastante crisi economica, la stessa che oggi spaventa l’Italia e l’Europa.

 



 

Senza scomodare l’eterno ritorno nietzschiano, l’opera di Cipolla ci aiuta a riscoprire un vecchio detto secondo il quale “la storia si ripete”. Le titubanze politiche, le dinamiche sociali e i problemi connessi alla peste del 1630, sono incredibilmente simili a  quelle registrate negli ultimi due mesi fra i  vari Governi del mondo.

La narrazione si apre con i primi casi accertati di peste nel Gran Ducato di Toscana, davanti ai quali vertici politici rispondono minimizzando il problema, salvo passare,  nel giro di pochi giorni, alla chiusura militare dei confini, preoccupati dalla severità del morbo.

A questo inutile processo di pattugliamento e controllo, segue l’inevitabile arrivo della peste a Prato e Firenze, con la frenetica organizzazione di lazzaretti e delle misure preventive capaci di scontentare potenti e contado, per una quarantena che fa i conti con l’ignoranza della vitalità di un morbo diffuso dalle pulci.

Passata la crisi sanitaria, Prato e la Toscana dovranno fare i conti con la crisi economica generata dal blocco della produzione e dai prestiti accesi per la maggiore spesa sanitaria e sociale dovuta alla peste.

 



 

Nella brillante opera di Cipolla passano in rassegna i bollettini giornalieri che oggi sarebbero annunciati dalla Protezione Civile e i nomi dei sacrificati per il bene comune, dai becchini ai chirurghi impegnati nei lazzaretti.

 

Ciò che lo storico riconosce a una società ignorante degli antibiotici così come di ogni regola igenico sanitaria, è la celerità dell’azione politica una volta riconosciuta la sottovalutazione del morbo.

Il triste finale, ben sintetizzato dal Rondinelli di Firenze in una lettera del 1631, rischia di essere una perfetta previsione sul resoconto che si farà, prima o poi, al termine della pandemia attuale: “La strage maggiore del male è stata nel popolo minuto.”

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