Quel gran genio di Antonio Rezza in “Non cogito ergo digito”




 

dì @GuidaLor 

 

Nell’epoca dei social e dei riflettori, Antonio Rezza, funambolo della penna, abile linguista, giocoliere della parola e macchina attoriale, si rifiuta di entrare nell’agone della vanità essendo fuori gara, fuori giri, schizzato dal nucleo, ormai stirato per usare un benismo d’antan.

 

Scrittore, attore, regista: Rezza, del quale non si può parlare senza citare la compagna Flavia Mastrella, scenografa degli spettacoli del duo omonimo Rezzamastrella, è ciò che viene comunemente definito un genio.

 

“Non cogito ergo digito” edito da “La nave di Teseo”, è opera nella quale l’anarchia espressiva più brillante trova la sua trappola fra carta e inchiostro, in un esperimento narrativo a vantaggio di quanti abbiano il desiderio di conoscere questo artista del surreale capace di tagliare la realtà come un melone, sciabolando corpo e braccia sulla scena o ticchettando freneticamente la tastiera del pc.

 

La migliore descrizione del libro è fornita dallo stesso autore al termine delle storie narrate, nell’Appendice n.2, dove spiega il metodo della scrittura automatica utilizzata in tre mesi di veri e propri “attacchi creativi” dai quali il cervello è  stato escluso, trattato come “uno spettatore”, al limite relegato nel ruolo di correttore postumo per una grammatica modellata a piacimento.

 

 



 

Quella che il mitico Jep Gambardella avrebbe sentenziato essere una scrittura “dallo scatto breve”, è il modus operandi per raccontare la storia di personaggi immersi in mondi impossibili, nell’apparente mancanza di ogni logica.
Ciò nonostante, anche nell’avvicendarsi di morti cruente e sparizioni sospette, il lettore è sempre accompagnato da Carlo, protagonista da fondo pagina che tiene in piedi un’insieme paragonabile al miglior Dalì su tela.  

 

Fra le righe di avventure stralunate non mancano momenti di poetica e analisi del sociale traslabili nell’attualità più stringente: Il terzo millennio era ormai alle porte ma non è certo questo il problema che ci sta più a cuore” , oppure quando un certo Bernard viene ridotto su lastrico perchè “la massa non garantisce interesse e raramente li prova”.

Ancora una volta, durante le pause dalla narrazione l’autore si abbandona a una fuga nel tempo che “passa e cicatrizza ogni ferita posando un velo malinconico sui ricordi che si accalcano in umana memoria”.

 

Nel Paese delle conventicole il suo essere fuori dalle righe, maschera e menestrello, giullare che irride Re, coorte e popolani, si esprime nell’analisi della parola recinto:

 

“Dicesi recinto quel reticolato di certezze immaginario che rende il possessore fiero delle inutili iniziative svolte all’interno dell’ambiente recintato”

 

Perché Antonio Rezza è avanguardia, ovvero la condanna comminata al protagonista Carlo in una delle sue vicende più terrene, laddove “l’avanguardia consisteva nel sentirsi apprezzati e non capiti, nel ricevere complimenti misti a critiche anacroniche”.

 

“Cogito ergo digito” è una lettura da caminetto e ombrellone, stanza matrimoniale e cantina, pioggia e sole.

Dentro a un mondo letterario sempre più in retroguardia e a difesa del caro estinto, ogni tanto è buona abitudine uscire dal recinto e conoscere qualcosa di nuovo.

Tanto più se al posto di guida c’è lo psichedelico Antonio Rezza.

 





Immagine https://pixabay.com/it/photos/inondazioni-surreale-soggiorno-2048469/

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