Revenge Porn, la fiducia rubata





dì Anna Salvaje

 

Intimità violata, fiducia rubata, esistenza devastata. Questo è il Revenge Porn.

Con questo nome si intende la cosiddetta “vendetta pornografica”, ovvero la diffusione di immagini o video a contenuto sessuale esplicito che vengono resi pubblici senza il consenso della persona raffigurata. Spesso si tratta di immagini e video girati nell’ambito di una relazione (sessuale o affettiva) con il consenso dei protagonisti, ma con l’implicito accordo che il file rimanga nella sfera privata. Poi la relazione si interrompe e l’ex partner, per vendetta, pubblica e diffonde questo materiale nel web o in chat , di frequente anche con precisi riferimenti della persona coinvolta.

È un reato, una forma di bullismo e cyberbullismo,  diretto verso le donne. Quel  materiale visivo viene utilizzato come “vendetta” perché, ancora oggi, la sessualità femminile è percepita come qualcosa di sporco, di umiliante e di cui vergognarsi. Anche gli uomini sono oggetto di bullismo, ma per differenti motivi: disabilità, aspetto, orientamento sessuale o, più generalmente, se non rispettano le “norme del maschio etero e macho”. Ma il video di un uomo che fa sesso non è “disonorevole”, non lo sporca, non lo umilia. E difatti non diviene oggetto di vendetta, né esistono gruppi o forum sul web dove sono raccolte immagini di uomini che fanno sesso, corredate di dati personali, e commentate per denigrarli  e umiliarli.

 

Il revenge porn esiste per uno stigma nei confronti della donna che gode della sessualità

 

Ad alimentare lo stigma e ad etichettare come “zoccola” sono uomini e donne, vero.

Ma lo “zoccola” è sempre diretto a una donna.




Il Revenge Porn è un’azione criminosa dagli effetti devastanti. È una forma di violenza che svilisce la vittima, la umilia e ne suscita sentimenti di vergogna, perché la espone e la mostra nelle condizioni in cui non avrebbe mai voluto essere mostrata.

Una violenza a più livelli che permane, stravolgendo l’esistenza della vittima, ne modifica il senso di sé e del proprio valore, ne cambia le abitudini di vita e le relazioni con il mondo: la persona si vergogna di uscire di casa, di relazionarsi con gli altri. L’isolamento, il senso di solitudine e di impotenza possono altresì prostrare la vittima in uno stato di depressione tale da farle maturare propositi suicidi.

La dimensione di sofferenza della vittima è resa più profonda dal dato che, ad esporla e umiliarla, sia stata una persona di cui si è fidata nell’intimità. Non di rado si verificano processi di autocolpevolizzazione: la vittima crede che quel che sta accadendo sia sua responsabilità, suo errore.  Un processo di vittimizzazione secondaria che purtroppo è ampiamente favorito e alimentato da quella “cultura” diffusa per la quale si vuole “punire” la donna che “ha osato” godere della sessualità.



Perché questi video vengono così facilmente condivisi e diffusi da chi li riceve?

Ci sono video porno girati appositamente per eccitare lo spettatore, ne esistono di ogni genere e sottogenere, mettono in scena ogni tipo di fantasia e sono girati da professionisti con attrici consapevoli e consenzienti. Eppure a diventare virali sono quelli rubati o resi pubblici senza il consenso della persona raffigurata. Perché?

La risposta purtroppo è una: chi dopo averli ricevuti li condivide, non ha lo scopo di stuzzicare o di eccitare, altrimenti condividerebbe quelli girati apposta, di più alto livello, ma lo fa per il gusto di sapere che la vittima si sentirà umiliata, di schernirla e punirla perché considerata “spregiudicata”. In tal senso, sono emblematici alcuni commenti che si leggono sui social, nei quali, di fronte ad una chiara violenza, le responsabilità del colpevole  vengono minimizzate a danno della vittima, che viene dileggiata e colpevolizzata perché “se la sarebbe cercata”.

È innegabile e va detto: chi condivide quel materiale si rende complice del carnefice. Per quanto ci si possa sentire anonimi nel web, pensando che la nostra responsabilità sia ridotta o inesistente perché “lo hanno già condiviso in tanti”, di fatto se clicchiamo su “condividi” ci rendiamo complici della violenza che un criminale sta perpetrando su una persona che si è solo fidata di un’altra.

E sì. Stiamo deridendo la Fiducia, uno dei sentimenti più belli del nostro essere donne e uomini.

 

Eppure possiamo fare la differenza. Noi. Ciascuno di noi.

Ogni qual volta vediamo video o immagini che violino l’intimità personale, ogni qual volta leggiamo un commento di derisione, dobbiamo intervenire in maniera ferma, netta ed inequivocabile, dobbiamo esprimere contrarietà e difendere chi deve essere difeso: dobbiamo stare dalla parte giusta.




Si può denunciare?

Il Codice Rosso, la normativa penale in materia varata nel 2019, ha avuto il grosso merito di introdurre una apposita figura di reato “La diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” (art.612 ter c.p.), che punisce con pene da 1 a 6 anni di reclusione chi, dopo averli realizzati o sottratti, pubblica o diffonde immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona raffigurata e chi, avendoli ricevuti, li condivide, contribuendo ulteriormente alla loro diffusione. Le pene sono aumentate se il reato è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è stata legata da relazione affettiva con la vittima, e se il reato è commesso con strumenti informatici o telematici.

L’esistenza di un titolo di reato specifico per la “vendetta pornografica” è importante non soltanto perché prevede delle pene severe – e perché è giusto che il reo venga punito –  ma anche perché la punizione può funzionare da deterrente e, culturalmente, da prevenzione. In questo modo infatti passa il messaggio di quanto la società additi quei comportamenti, di quanto gravi siano i danni che provocano e di quanto meritevoli di tutela dunque siano le esistenze delle persone offese da quelle azioni.

Il reato prevede l’arresto facoltativo ed è punibile a querela della parte offesa, che può essere presentata entro 6 mesi. Il reato sarà invece procedibile d’ufficio se la vittima è in condizioni di infermità psico-fisica o se è una donna incinta.

 

Autrice: Anna Salvaje 

twitter: @anna_salvaje  – Sito:  https://annasalvaje.blog/info/

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Foto: https://pixabay.com/it/illustrations/paura-donna-crepa-tacca-solco-615989/

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