Se i “poteri forti” si prendono la scena fra gli applausi del pubblico

Mentre il popolo consuma l’ennesima sbornia pop con un nuovo totem da idolatrare (Mario Draghi), e la politica si stringe nella cuccia con l’osso più prezioso (Recovery Plan), i temuti “poteri forti” fanno il loro ingresso sulla scena accolti da un pubblico festante.  E’ il trionfo della comunicazione, nemesi del populismo e della democrazia dal basso. Uno spettacolo teatrale con pochi precedenti.
In attesa di ufficialità su ruoli e Ministeri chiave del prossimo Governo Draghi, per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione, il compito è sempre lo stesso: estraniarsi dalla confusione circostante e vigilare, nell’attesa del compimento di una storia incerta.



 

Lo spettacolo in scena e quello del pubblico

Seduto in ultima fila senza particolari interessi o slanci passionali, il giornalista X osserva il teatro Italia: lo spettacolo dei protagonisti in perenne evoluzione e quello del pubblico in balia della sua morbosa emotività.
La crisi economica ha rivoluzionato il plot originato dalle premesse della pandemia globale.
Quella continua nuvola di bandiere dalla quale il pubblico poteva scorgere ciò che voleva come il santo frate da Copertino, si è risolta nel coupe de theatre di due voci fuori campo: una oltre confine che ammoniva per il tempo sprecato, l’altra più vicina e poderosa, decisa a convocare la figura del salvatore.
Mario Draghi entra in scena scintillando, accompagnato da un coro di voci che ne magnifica le gesta.
L’uomo che compra otto giornali. Colui che salvò in epoca remota teatro e pubblico.
Il ragazzo che giocava a scacchi viene illuminato dall’occhio di bue e subito assorbe ogni convinzione, placa i litigi, lascia il pubblico stupefatto nelle linee di azioni politiche che si avvitano in una spirale senza precedenti: dalla Lega sovranista al Movimento 5 Stelle anti europeo e finanziario, fino all’ultimo sgangherato PD del Conte o morte, la crisi sbaraglia ogni convinzione.
Mario Draghi non più manifestazione del potere finanziario e sconfitta della politica ma santo. Nessun mercato che governa la democrazia ma calibrata logica del moderno.
Il salvatore si palesa con la missione di risolvere una storia tragica condotta alla maniera della commedia. Nella sua grandezza egli è attore e regista, produttore e pubblico. Un Dio alato.
La luce attorno all’uomo della salvezza abbaglia, stordisce. Il silenzio che segue il suo ingresso è spezzato dalle lodi provenienti dalla platea più acculturata. Euforia ripresa immediatamente dagli attori in scena: quanti lo osteggiavano si sperticano in conversioni costantiniane, chi lo invocava da tempo cerca di toccarne le stigmate alla maniera di San Giovanni.
Nelle fantasie logiche e lessicali che permettono anche ai miscredenti di avvicinarsi a lui – perché c’è sempre un lui nel teatro Italia- l’unico acuto di verità proviene dal più ingenuo della brigata, quel Matteo Salvini fatto scendere nel campo della realtà per abbracciare l’odiato banchiere: “Preferisco gestire 209 miliardi che guardare da fuori”.
La bocca dell’infante esala sempre la sincerità più cruda.

 



 

Con disincanto verso la scena principale, il giornalista rivolge quindi lo sguardo al pubblico.
Fremente, spaventato, sbalordito dalla scena di protagonisti improvvisamente riuniti attorno alla stessa ciotola, dimentichi dei ruoli interpretati e dello spettro che per anni ha giustificato le loro battaglie: l’ingerenza del mercato e delle lobby nella scena politica.
Nessun dubbio è concesso. Tutti rincorrono la medesima speranza. Puzza di Godot e dei grotteschi Rinoceronti di Ionesco, qualcosa di già visto ma allo stesso tempo unico e irripetibile.
Empatia e catarsi, trionfo del teatro che rende tutt’uno storia, protagonisti e spettatori.
In questo clima di pazza gioia ed euforia, in fondo al buio del controcampo alcuni osservatori scrutano lo stuolo di vestali che avevano accompagnato Mario Draghi.
La loro fisionomia è del tutto simile a quella dello spettro aleggiato per anni sulla scena politica nazionale. Banchieri, Confindustria, papaveri delle aziende “top”: in una figura retorica “i poteri forti”.
Ma nessuno adesso è interessato al paradosso. Se il salvatore li vuole con sè saranno parte della soluzione. Anche se fino a ieri si chiamavano problemi.
Il teatro Italia, mai banale, con il suo programma sempre scoppiettante prepara la nuova esibizione: dal grillismo agli illuminati del capitale.
Nessun vincitore e nessun vinto, nessun inizio e nessuna fine. Nessuna assoluzione e nessun ergastolo. Nessun equilibrio e nessun decoro. Biglietto omaggio per tutti.
Sembra un sogno. Ci vediamo al risveglio.

 






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