Serie Netflix: la Rocky Balboa degli Scacchi non convince



dì @GuidaLor

 

Presentata come una delle serie più interessanti del mese di novembre, “La Regina degli scacchi” targata Netflix scorre via in sette puntate senza infamia e senza lode.

L’inizio illude quanti sperano in scenografie dettagliate e ambienti capaci di riportare lo spettatore nel mood presessantottino a stelle e strisce.

La storia dell’orfana, talentuosa e tormentata Beth, si abbandona presto a decine di noiose partite giocate in ambienti chiusi e anonimi, con una regia tenuta in vita dallo sguardo felino della protagonista più che dalla scacchiera: oggetto difficile da mitizzare, gioco poco adatto al ritmo televisivo.

 

Storia che sembra scritta da un algoritmo (e visti i tempi chissà che non lo sia): un pò di dramma alla “Ragazze interrotte”; un pizzico di onirico “Big Fish”; un soggetto copiato da “Rocky IV” con tanto di riscatto personale e viaggio nella gelida Russia sovietica.
Tutto in superficie, nulla di tagliente o profondo: il 68′ è una sbornia in solitaria a casa di sconosciuti; il dramma della madre naturale non viene risolto, quello dei genitori adottivi viene bruciato in un paio di scene; l’Unione Sovietica è rappresentata da uomini grigi in giacca e cravatta, un hotel anonimo, vecchi giocatori di scacchi riuniti in un parco mentre il climate change con largo anticipo ha già reso Mosca una capitale dalla temperatura mite.

 



 

 

Il disinteresse di Beth rispetto alla politica e ai rapporti umani aiuta la sceneggiatura a seguire il suo unico obiettivo: l’elenco di vittorie scacchistiche che lascia da parte ogni altra questione.

 

Nella “Regina degli Scacchi” attorno al pedone non esiste un mondo o la storia con la esse maiuscola; i giocatori sono semplici vittime della loro ossessione.

 

Pochissimi i guizzi visivi degni di nota. Fra questi si segnalano i deliri narcotici di Beth con la scacchiera che compare sopra il letto; l’ombra di un gigantesco re che fallicamente la avvolge mentre ripercorre le partite giocate.

I tormenti di un’infanzia spezzata sono la premessa di ogni puntata caratterizzata da vittorie, qualche problema con l’amore e orrendi sfondi in computer grafica che aiutano a tagliare i costi ma fanno tanto pensare a qualche serie tv sudamericana.

Aspetto grottesco è poi l’attenzione popolare e dei mass media verso gli scacchi, così come le radiocronache per descrivere in diretta le mosse dei giocatori: tanti e anonimi, escluso quel Borgov, campione mondiale né padre né nemico, simbolo dell’ortodossia russa e poco più.

 

<Playing chess?>

<Guarda ho un impegno inderogabile. Facciamo un’altra volta.>

 







Immagine https://pixabay.com/it/photos/comporre-scimmia-fotomontaggio-3827454/

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