Si fa presto a dire “terroni”: abbiamo raccolto un anno di numeri sul Sud Italia.

Internet è un grande strumento ma, se è vero che la carta ancora canta, la nostra raccolta di giornali iniziata nel 2018 è stata fondamentale per comporre questo breve ma intenso articolo sul Mezzogiorno.

Per tale ricerca, abbiamo attinto a piene mani da fonti attendibili quali “Il Sole 24 Ore”, “La Repubblica” e gli studi Svimez, Banca d’Italia, Rapporto di sussidiarietà 2017/2018, Cerved ed Istat, prodotti fra 2017 e 2018.

Tagliamo corto e lasciamo parlare i numeri, dai quali, come vedrete, esce l’immagine di un Paese letteralmente spaccato a metà, dove solo il nero e l’evasione fiscale possono giustificare la sopravvivenza di una parte dell’Italia ormai abbandonata a sé stessa, nella quale continua a dominare il potere mafioso e la politica agisce ancora su problemi secolari con incentivi a pioggia ed assistenzialismi sempre più pesanti per le casse dello Stato.

 




 

Quadro generale

 

Il Mezzogiorno ha 20 milioni di abitanti e conta, ufficialmente, solo 6 milioni di lavoratori, generando un PIL annuale di circa 360 miliardi di E. (Il Sole 24 Ore – ottobre 2019)

 

La crisi del 2008 è stata uno tsunami dal quale il Sud non si è ancora ripreso: rispetto al resto del Paese, i livelli di crescita precedenti alla crisi non sono stati recuperati né sotto l’aspetto della crescita, né sotto quello occupazionale.

 

Se nel 2000, secondo il direttore di OBI, Antonio Corvino, il contributo del Sud all’economia italiana era del 24.7%, si scenderà fino al 22.6% nel 2023.

 

Il PIL del 2019, stando ai dati pubblicati dallo Svimez, è previsto al – 0.3%.

La qualità dell’occupazione nel 2018 è peggiorata: negli ultimi tre trimestri il lavoro a tempo indeterminato è cresciuto al Nord di 54 mila unità e diminuito al Sud di 84 mila unità, con una netta ripresa dei contratti a tempo determinato.

Rispetto al 2008, si contano circa un milione e ottocentomila posti di lavoro in meno; la crescita prevista fra 2019 e 2023, nel marzo 2018, sempre dallo Svimez, era del + 0.6%: ad oggi, le previsioni sembrano poter essere ancora meno ottimistiche.

 

Il reddito medio di una famiglia del Mezzogiorno è di 13.500 euro, contro i 19.100 euro del Centro, e i 21.000 euro del Nord (fonte Istat 2017).

 

Operai e impiegati guadagnano fino al 16% in meno rispetto ai corrispettivi delle regioni settentrionali (fonte Od&M Consulting, Elaborazione FMCA su dati INPS).

Le donne che hanno un impiego sono il 31.7%, contro il 58% del Nord: più o meno come i livelli di undici anni fa.

Per il “Rapporto sussidiarietà 2017-2018”, nelle regioni settentrionali lavorano il 66.7% delle persone, mentre nel Mezzogiorno si parla di  un 44.7%  di occupati, contro il 46.4% del 2008.

La Calabria è la Regione dove si registra il reddito medio più basso d’Italia (12.200 euro) e il tasso di disoccupazione giovanile più alto (58.7% nel 2016).

 

Oltre il 60% dei beneficiari del reddito di cittadinanza, vive al Sud (Il Sole 24 Ore)

 




 

Giovani : emigranti, disoccupati e neet.

 

Quello dei giovani è un vero dramma sociale: lavora solo uno su tre.

La disoccupazione affligge 1.2 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni, con un tasso più che doppio rispetto al Nord.

Il 20.7% dei giovani non studia nè lavora: non è un caso se l’Italia è il terzo Paese europeo in questa speciale classifica guidata dalla Bulgaria.

 

Negli ultimi dieci anni, sono fuggiti dal Sud 200 mila giovani laureati. Negli ultimi quindici anni, il totale di emigranti, laureati e non, è di 716.000 persone (Svimez)

 

Gli unici giovani a tornare “a casa”, sono quelli che hanno aziende di famiglia già avviate.

La demografia in calo, con il conseguente impatto economico, vede nei migranti provenienti da Africa e Asia l’unica possibilità un riscatto difficilissimo, che passa anche da un miglioramento qualitativo delle Università.

 

Aziende fallite

 

Nel primo semestre del 2018, secondo Cerved, in Italia sono fallite 5.964 imprese.

 

Seppur con un calo del 5.7% rispetto all’anno scorso, su base nazionale, è al Sud che si registra il maggior incremento di fallimenti: in Calabria il +25.4%; in Basilicata un +13.6%, in Sicilia del +5.7%.

 

Nonostante questo, al sud, secondo Istat e Sole 24 Ore, al Sud nasce una nuova impresa su tre, con un saldo nati-mortalità positivo per oltre 18 mila e 700 aziende.

Le difficoltà delle imprese al Sud sono collegate soprattutto ad un sistema infrastrutturale antiquato, con conseguente gap dell’export che ne rallenta crescita e sviluppo, al potere delle mafie, ed a un manifatturiero, comparto centrale nell’andamento di questa economia, che sta rallentando sensibilmente negli ultimi anni, a vantaggio di altri Paesi europei.

 




 

 

 

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