Think Tank che potrebbero travolgere i partiti tradizionali

dì @GuidaLor

 

Think tank, Forum, Associazioni: negli ultimi anni sempre più intelligentia si è riunita per promuovere il cambiamento.

Il futuro della politica germoglia nei movimenti che si ribellano dall’alto.

A breve termine, nuovi partiti potrebbero travolgere quelli tradizionali. La domanda è: se non ora, quando?

 



 

Il 2020 è stato un fiorire di iniziative: professori, dirigenti e professionisti riuniti in think tank e iniziative di vario genere, spinti dalla necessità di un rinnovamento favorito da due fattori: la crisi pandemica che ha fatto cadere il velo sul reale stato di scuola, sanità, sistema delle imprese, lavoro e la risposta di una politica con le polveri bagnate, sempre più incapace di intercettare i segni del futuro all’orizzonte, già litigiosa nella spartizione della torta “Recovery Plan”.

 

Il rigetto di parte della classe dirigente verso l’approssimazione si è quindi organizzato per analizzare e proporre, attraverso mission specifiche e soluzioni calibrate nei vari settori di competenza.

 

Consapevolezza e condivisione stanno iniziato ad abbandonare l’utopia e mutano nell’attivismo verso battaglie specifiche. I problemi strutturali d’altronde non mancano.

 

Internet e social rappresentato ancora una volta la culla del cambiamento e se l’autorevolezza è tornata di moda, la partecipazione non è più la stessa. I cittadini sembrano cresciuti: addio voto sul web, l’interesse si sposta tutto verso studi e programmazione.

 

 

 

THINK TANK: L’ORA DELLA POLITICA SUL CAMPO

 

Nel composito panorama su citato, alcune realtà sembrano pronte prima di altre al salto di qualità, con la creazione di partiti capaci di rappresentare le istanze di larga parte della società e del mondo imprenditoriale.

 

Fra questi c’è il  Forum Disuguaglianze e Diversità, presieduto da Fabrizio Barca e guidato da un Gruppo di Coordinamento che si occupa di studiare gli strappi sociali generati dal modello socio economico squilibrato degli ultimi decenni; dramma capace di aprire una ferita sull’arteria della coesione nazionale, limitando ogni prospettiva di crescita e sviluppo.

 

L’attivismo del Forum si traduce in studi, incontri e nelle “15 proposte per la Giustizia Sociale” atte a riformare la struttura di un Paese nel quale la locomotiva perde troppi vagoni e  il rischio deragliamento si fa ogni mese più concreto.

Giovani riconducibili a quel mondo “che fu” di sinistra, professori e cittadini. Iniziativa nella quale vengono messe nero su bianco -e in maniera comprensibile- proposte che vanno dal mondo della scuola a quello di una patrimoniale davvero realizzabile, qualcosa che non finisca nel cestino della carta alla prima lettura, come recentemente capitato al duo Orfini – Frantoianni (LEU-PD).

 

C’è poi Base Italia, fondata dall’ex sindacalista Marco Bentivogli e dal Prof. Luciano Floridi, affiancati da professionisti con il comune e duplice obiettivo di riportare la passione politica fra cittadini sfiduciati, ponendo l’innovazione come centro di gravità permanente del sistema.

 

Difficilmente collocabili in un futuribile contesto parlamentare ma non meno unici nella capacità di interpretare la necessaria trasformazione, i paladini dell’innovazione fanno i conti con un Paese che corre verso il futuro dell’AI e del 5G ma appare ancora restio al cambiamento, spaventato dall’utilizzo della tecnologia, troppo spesso associata alla sostituzione fisica dei lavoratori.

In attesa di un’educazione che alzi l’asticella, rendendo parte dell’uditorio meno avverso al linguaggio tecnico all’introduzione delle novità in arrivo, i “basisti”, come qualcuno si è divertito a definirli, puntano al cuore del cambiamento attraverso le allettanti promesse del futuro, spronando a conoscere i notevoli vantaggi che ne trarrebbe l’intera comunità, ancora in larga parte agganciata a carte, timbri e difesa dello status quo, nel meccanismo perverso che regola il Paese e lo inchioda in un’epoca sospesa tra Fantozzi ed Amazon.

Possiamo inoltre citare “Liberi Oltre”, capitanata dal talvolta rissoso Michele Boldrin, che cerca di fare chiarezza nel mondo delle fake news e combatte le interpretazioni socio economiche piegate dalla politica con l’accomodante sostegno di una informazione involuta;  la Fondazione Luigi Einaudi, protagonista della battaglia sul referendum costituzionale passato alla storia come “taglia poltrone”.

 

Queste e tante altre realtà più o meno note al grande pubblico, cominciano a farsi conoscere anche grazie all’invito delle televisioni, megafono tutt’oggi fondamentale per la riconoscibilità di movimenti e idee, nonostante i limiti dello strumento (di pasoliniana memoria) e di una rigidità, sul piano della compiutezza comunicativa, già ampiamente superata da web e social.

 

 



 

 

ELETTORI E DOVE TROVARLI

 

Intorno a queste realtà sempre più strutturate, in rete si registrano aggregatori come #facciamorete o le “Sardine”, che pur non avendo organicità programmatica, condividono ideali di sviluppo e valori che la politica attuale non sembra in grado di soddisfare o più fatalmente disperde un giorno nel suo goffo tentativo di compromesso, l’altro nei fallimenti decennali delle politiche sul lavoro e ancora nella credibilità bruciata di personaggi sovraesposti e spesso impreparati.

 

COSTRUIRE: IL TEMPO STRINGE

 

Il “Recovery plan” sul quale la bagarre politica è appena iniziata, con tutto il suo carico di miliardi da spendere sarebbe stato l’appuntamento perfetto per testare le capacità realizzative di questa società che si fa istanza, voce, concretezza.

Se il tempismo è un elemento fondamentale in politica, il mea culpa per il tardivo ingresso nel dibattito pubblico sposerà il rammarico per aver perso l’opportunità di partecipare a quel cambiamento oggi in mano a un Governo uscito a pezzi dalla seconda ondata, disposto non meno degli altri a concedere spazio a tecnici solo formalmente.

 

Davanti alla cecità di una classe politica che non riesce più a leggere il cielo di domani, la chiamata a una strutturazione partitica rischia di essere quasi doverosa.

 

 



 

Con i programmi elettorali morti da tempo, ridotti a carta straccia o buoni per l’archivio storico, la chiarezza espositiva di una visione precisa, chiara seppur articolata, potrebbe trovare l’interesse di un numero sempre maggiore di elettori: gli stessi delusi dal nuovo che doveva avanzare ed è invecchiato; traditi dalle rivoluzioni mancate; preoccupati dall’arte di arrangiarsi che, tanto nel mondo del lavoro quanto in politica, sembra avere i giorni contati.

Costruire un partito è una sfida complicata: servono tempo, soldi, presenza sul territorio, una classe dirigente capace di reggere la pressione e rispondere ai tanti problemi irrisolti.

E’ però certo che la politica al comando, fatta salva qualche valida eccezione, non si sfida con la perfezione dei progetti cantati sotto la doccia e condivisi in rete, fra webinair, festival e buone intenzioni per pochi appassionati.

 

Serve un passo in avanti, il rischio del fallimento. La dimostrazione che un’Italia diversa, fuori dalle ideologie e dentro la concretezza di una ricostruzione c’è, esiste, si fa sentire, vuole, desidera: sogna in grande, senza inseguire solo un leader ma facendosi bandiera di un nuovo percorso.  Altrimenti verrebbe da pensare male anche questa volta: con il tentativo di cercare “un posto al sole”, un incarico, una chiamata, senza andare realmente a conoscere quella comunità che si analizza e si vuole far crescere nelle intenzioni sventolate ogni dì.

 

I pifferai attuali spingono verso il burrone e il tempo stringe.

E allora “adelante con judicio”, ma non troppo.

 






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