Un’opinione pubblica deficiente.

La suddetta non è teoria: quì non si paventa l’iperuranio ma si avvinghia il reale stritolandolo come tubetto di maionese. Ciò che ne esce è l’ipocrita atteggiamento di una maggioranza degli italiani nel passaggio dal Conte 1 al Conte 2, nell’analisi del reale, oltre che nella coerenza delle idee.

Gorghi infernali chiamati Alitalia e Ilva; 158 tavoli di crisi aperti al Ministero dello Sviluppo Economico, quello governato dai nostalgici dell’IRI (Patuanelli) e da un Vice (Buffagni) che si trasforma nel week end in gigionesco tifoso interista, ospite del programma “Quelli che il calcio”.

Un sistema pensionistico insostenibile stante i modelli attuali; la pressione fiscale in ascesa ed una disoccupazione ferma fra il 10 e il 12%. Il tasso di natalità in picchiata da anni, conseguenza sociale degli errori di politica economica e del lavoro,  oltre che per la celebrata flessibilità da accettare al grido di “che noia lo stesso mestiere per tutta la vita” (Mario Monti);

Di fronte ad un quadro così dipinto, cittadini normalmente formati al valore del pragmatismo dovrebbero pretendere risposte sul futuro del lavoro, unico collante capace di frenare derive razziste, disuguaglianze, origine dei problemi sociali anziché perdersi nella pantomima di rivoluzioni colorate, nell’episodio di cronaca, ma, d’altronde, che quella italica non sia opinione pubblica sana è proprio il fondo del post.




La suddetta non è teoria, quì non si paventa l’iperuranio ma si avvinghia il reale e lo si stritola come un tubetto di maionese. Ciò che ne esce è l’ipocrisia di una marea umana angosciata per le sorti dei migranti durante la breve epoca salviniana, ed oggi, orfana del mostro, piegata all’indifferenza moraviana, distratta dalla pancia piena pre e post festiva, nella ricerca di nuovi svaghi, nuove battaglie puramente ideologiche.

D’altro canto di “ultimi” l’Italia è già satura da tempo. Tutto ciò che è stato loro detto dalla politica in questi anni è un malinconico “arrangiatevi”, insieme alla più recente, penosa mancia del reddito, risultato di una cittadinanza tanto più sventurata che onorevole, oggi.

Questa massa frustrata abbraccia le teorie complottiste, si da al nazifascismo come soluzione drastica e immaginifica; se la prende con il negro, suo diretto concorrente per il lavoro generico e, laddove non lo sia, lo rifiuta come specchio di una fine possibile, da cancellare con il diniego, il “tu non esisti” delle periferie abbandonate, delle baraccopoli vicino ai campi: tutta roba che tira poco televisivamente, tranne quando c’è di mezzo il naso  e un pò di droga, qualche morto a dare un picco agli ascolti.

Bravi ragazzi quelli delle sardine, simpatici e positivi per la loro capacità di aggregare (finalmente), ma pronti a politicizzarsi sin dal primo giorno senza le basi, come i loro predecessori grillini, pensando di ribaltare questa deriva, figlia della povertà e della disuguaglianza non già solo della cultura, con “la bellezza e l’arte”, come vergato orgogliosamente su una carta dei valori molto hippie.



L’opinione pubblica è deficiente. Manca delle basi per calcolare il complesso anche solo nella sua struttura generale: il dibattito sui social rincorre solo l’episodio quotidiano, ne è prova tangibile. L’assenza da anni di manifestazioni spontanee organizzate da sindacati, giovani e studenti che richiedono il futuro nel concreto dei loro diritti e doveri, si disperde oggi nelle battaglie green di una contraddizione evidente in ogni nostra più radicata abitudine al consumo e dentro il suo stesso meccanismo produttivo.

La deriva autoritaria – ed il suo preventivo richiamo da parte di un popolo insoddisfatto – è figlia di paure del futuro e disuguaglianze del presente, dal salario all’accesso alle pari opportunità – non solo per genere sessuale – dunque qualcuno si svegli: non è colpa di libri ed educazione ma delle dirigenze incapaci di governare l’economia e la distribuzione della ricchezza per un arco di 30 anni.

Questa fioritura del male, strisciante prima, conclamata oggi, a cui il maistream troppo spesso fa da cassa di risonanza, è il frutto maturo della crisi del lavoro. Chi era razzista prima lo è anche oggi e lo sarà domani, come risposta distorta ai limiti dello sviluppo e della crescita economica.

Senza una politica del lavoro chiara, senza una economia strutturata, in un sistema iniquo dove si impoveriscono servizi, cultura e sanità, sempre più privatizzati sbandierando le eccellenze per pochi che si credono molti, si perde il Paese.

Giunti al termine di questa breve considerazione usciranno forse fuori i bravi, rivendicando il maggior tanfo proveniente dalla sponda politica opposta, increduli nel voto alla Lega o al Potere Operaio, sognatori di un mondo perfetto in cui tutti siano uguali nella minchia come nel cervello: ma così non è, né mai sarà.

Dal primo dopo guerra, la classe dirigente italiana ha cercato di curare una cosa prima di tutte le altre: l’occupazione, la crescita economica attraverso la quale si sono anestetizzati i ritorni di fiamma del fascismo, le brigate rosse, gli estremismi e le idee strampalate. Non c’è cura più immediata dell’impressione della certezza per un popolo, non c’è soluzione alla pace sociale fuori da occupazione e stabilità, e pari diritti: soprattutto per i giovani.

Saluti.

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Foto https://pixabay.com/it/photos/persone-donna-bianco-e-nero-2590606/

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